CALABRIA

martedì 24 ottobre 2023

LO SCRITTORE DI COSOLETO

 

La breve vita infelice di Rocco Carbone

Nato a Reggio, cresciuto a Cosoleto, l'inquieto scrittore calabrese se n'è andato a soli 46 anni. Un libro sulla sua vita si è aggiudicato lo Strega nel 2021 e oggi le sue opere tornano in libreria. Ma il mistero sulla sua personalità resta

Antonio Pagliuso

11 Ottobre 2023






Un uomo inquieto, contraddittorio, dal carattere ruvido, aspro, spigoloso, peculiarità tutt’altro che affabili che provavano a mettere in secondo piano, a nascondere in maniera impacciata, come un consunto separé, un animo sensibile, fragile, afflitto da una profonda infelicità, di quelle infelicità oscure, che non hanno una origine ben chiara, legate a un episodio distinto della vita, ma che accompagnano l’individuo fin dalla nascita, come un gravoso lascito generazionale, uno scotto da pagare per essere venuto al mondo.

Lo scrittore Rocco Carbone è stato questo, anche e probabilmente. Sì, perché sarebbe poco riguardoso e molto presuntuoso dare una definizione ultima a una persona che sfuggiva anche ai suoi affetti più stretti. Così complicato, così indecifrabile da restare cristallizzato, per sempre, coi tratti dell’enigma, come una di quelle tele rinascimentali di cui non si riesce a decriptare ogni particolare.

Rocco Carbone e la giovinezza a Cosoleto

Rocco Carbone nacque a Reggio Calabria nel 1962 e trascorse la sua infanzia e adolescenza a Cosoleto, paesino alle pendici dell’Aspromonte, contornato da uliveti e affacciato sulla Piana di Gioia, fra quelli più colpiti dal flagello dell’emigrazione. Negli ultimi settant’anni Cosoleto ha perso quasi duemila abitanti, la popolazione attuale del comune non supera gli ottocento residenti.




Una strada di Cosoleto

                                                                  

«Un posto – scrive Emanuele Trevi, scrittore e amico di Carbone, cui ha dedicato, parimenti a Pia Pera, il memoir Due vite, libro vincitore del Premio Strega nel 2021 – di gente dura, fiera, taciturna, incline a una rigorosa amarezza di veduta sulla vita e sulla morte».
Tutti connotati propri dello scrittore calabrese, che portò con sé fino al termine dei suoi giorni, come la resistenza alle lunghe camminate, propensione vista al pari di un retaggio culturale e genetico assolutamente naturale in una terra come la Calabria, in buona parte tagliata fuori da una reale rete infrastrutturale.

Gli studi e l’improvvisa morte

Figlio di madre maestra elementare e di padre a lungo sindaco di Cosoleto, Rocco Carbone al principiare degli anni Ottanta si iscrisse a Lettere a Roma, vivendo nel Collegio dei frati silvestrini, in una cameretta spoglia affacciata su una distesa compatta di tetti fra cui spiccavano le cupole del Pantheon e della Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza.
È nella Città Eterna che visse per gran parte della sua vita e in cui incontrò la morte, che segnò la sua ora nella notte fra il 17 e il 18 luglio 2008.
Rocco Carbone si spense improvvisamente, a 46 anni, in un incidente stradale a bordo della sua moto, su cui era fatalmente salito in quanto gli era stata rubata l’automobile qualche giorno prima. Da poco era ritornato dagli Stati Uniti d’America, dove aveva preso parte a una serie di seminari.



Roma, il monumento a Scanderbeg in Piazza Albania

                                          

L’incidente avvenne in zona Ostiense, dinanzi alla statua equestre di Giorgio Castriota Scanderbeg di piazza Albania, l’eroe albanese celebrato nella natia Calabria, su una strada deserta dell’estate romana, proprio come quelle descritte nel suo romanzo Agosto, opera prima edita, dopo una contenuta, ma insopportabile per l’autore, tribolazione editoriale, nel 1993 da Theoria e adesso ripubblicata da Rubbettino.

La ripubblicazione dell’opera di Rocco Carbone

La casa editrice con sede a Soveria Mannelli ha infatti intrapreso il progetto di rimettere in circolazione le opere di Rocco Carbone, di dar loro nuovi lettori; disegno principiato dalla ripubblicazione de L’assedio, in cui nella misteriosa città di R. – il classico mondo non determinato, generico e universale dei romanzi dello scrittore nato a Reggio – il cielo diventa di colpo giallognolo e comincia a liberare una fitta pioggia di sabbia che lascia perplessi i suoi abitanti; un romanzo distopico ma coi piedi saldi sulla realtà e che parla a noi uomini contemporanei. Il prossimo testo in cantiere è Il comando, edito la prima volta nel 1996 per i tipi di Feltrinelli.

I primi scritti

Ultimata la prima fase di studi con una tesi di laurea incentrata sull’analisi semiologica, del mito e del romanzo, nell’86 Carbone riuscì a dare alle stampe la sua prima pubblicazione: Mito/romanzo. Semiotica del mito e narratologia. Dopodiché proseguì i suoi studi di semiotica dei testi letterari, ovverosia delle leggi che orientano il romanzo, con un dottorato a Parigi concluso con una tesi sullo scrittore e letterato Alberto Savinio (al secolo Andrea de Chirico, fratello minore del pittore Giorgio de Chirico).



L'ingresso del carcere di Rebibbia

                                                           

Rocco Carbone si avvicinò alla letteratura con dei versi presentati sulla insigne rivista Nuovi Argomenti. Oltre che su Nuovi Argomenti, scrisse per quotidiani come RepubblicaL’Unità e Il MessaggeroNegli anni pubblicò numerosi saggi fin quando, dal 1998, prese la decisione di insegnare al carcere di Rebibbia. Una esperienza intensa che si riverberò nella sua opera, un mondo letterario già caratterizzato dagli echi di maestri quali Jack London, Yasunari Kawabata (Nobel per la Letteratura nel 1968) e Patrick Leigh Fermor, ma anche Alberto Moravia, Carlo Emilio Gadda e Romano Bilenchi, autentici numi tutelari di Carbone.

La scrittura rigida di Rocco Carbone

Dai lavori di Carbone emerge una scrittura controllata, scrupolosa, testarda, uniforme e per nulla emotiva, da cui non traspare alcuna emozione; una scrittura lungi da eccessi e dall’adottare artifizi, anche mentre affronta i temi più angosciosi; fulminea e atemporale, quella del calabrese è una scrittura che valica le barriere del tempo, obiettivi che spesso non vengono neppure lontanamente presi in considerazione da tanta narrativa contemporanea.

Non rincorreva le mode Carbone; la sua prosa scarna, disadorna, tutt’altro che ampollosa e straboccante di lemmi, percorreva altre strade rispetto a quelle in voga al tempo dei suoi titoli d’esordio. E questo certosino lavoro di sottrazione ed epurazione dei suoi scritti, fece di Rocco Carbone uno scrittore pienamente novecentesco anziché esponente della letteratura del secolo seguente, entro cui pubblicò gli ultimi suoi libri: L’apparizione (2002) e Libera i miei nemici (2005). Usciranno poi postumi Per il tuo bene – testo cui stava lavorando al momento del tragico incidente – e Il padre americano.

La sua era «una lingua totalmente scritta», afferma Emanuele Trevi in Due vite, lettura essenziale per cercare di penetrare nell’animo enigmatico di Rocco Carbone, per metterne a fuoco alcuni aspetti. All’inizio della loro amicizia durata per un quarto di secolo, Trevi e Carbone frequentavano i circoli letterari romani, trascorrevano le serate per le vie della Capitale, presi a districarsi nella sua «ostentata e finta frivolezza» in cerca di avventure, di storie, di spunti che stimolassero la loro arte.

Un’altra amicizia duratura fu quella con Edoardo Albinati, saggista, scrittore e redattore di Nuovi Argomenti al tempo della conoscenza con Carbone. L’autore de La scuola cattolica – libro vincitore dello Strega nel 2016 – sostiene che «Carbone era uno scrittore antiretorico», un artista della parola capace di portare il lettore nel discorso, nel cuore della storia raccontata, non di allontanarlo da essa innalzando una barriera.

Il male di vivere di Rocco Carbone

La scrittura di Rocco Carbone era senza dubbio indirizzata dalle sue inquietudini, dai suoi arcani demoni; le sue «furie», come le chiama Trevi.
Carbone riservava soltanto alle persone più vicine il suo lato più socievole, mostrava loro il piacere di stare in compagnia, segnale di un uomo desideroso di quella serenità che potesse attenuare la sua irreversibile cupezza, il suo carattere introverso che non veniva affatto mitigato dal successo contenuto dei suoi libri – perlomeno non conforme alle elevate ambizioni dell’autore.

«Nella storia mondiale della letteratura – scrive sempre Trevi che, nelle pagine del citato Due vite, marca invece la parziale infondatezza dello scontento editoriale dell’amico –, è difficile immaginare qualcuno che abbia preso ogni aspetto del lavoro di traverso come Rocco, dalle copertine alle vendite, dalla qualità delle recensioni ai rapporti con gli editori». Lui riusciva a essere critico verso i suoi lavori fino all’eccesso, ma non poteva soffrire che essi non venissero riconosciuti dai lettori e dalla stampa.

«Nella storia mondiale della letteratura – scrive sempre Trevi che, nelle pagine del citato Due vite, marca invece la parziale infondatezza dello scontento editoriale dell’amico –, è difficile immaginare qualcuno che abbia preso ogni aspetto del lavoro di traverso come Rocco, dalle copertine alle vendite, dalla qualità delle recensioni ai rapporti con gli editori». Lui riusciva a essere critico verso i suoi lavori fino all’eccesso, ma non poteva soffrire che essi non venissero riconosciuti dai lettori e dalla stampa.

«Nella storia mondiale della letteratura – scrive sempre Trevi che, nelle pagine del citato Due vite, marca invece la parziale infondatezza dello scontento editoriale dell’amico –, è difficile immaginare qualcuno che abbia preso ogni aspetto del lavoro di traverso come Rocco, dalle copertine alle vendite, dalla qualità delle recensioni ai rapporti con gli editori». Lui riusciva a essere critico verso i suoi lavori fino all’eccesso, ma non poteva soffrire che essi non venissero riconosciuti dai lettori e dalla stampa.




Trevi si aggiudica lo Strega 2021 col suo libro su Rocco Carbone


Rocco Carbone e le donne

Un altro ingrediente che gli risultò tossico fu la passione per le donne, che Carbone amava con tutto se stesso. Cciò lo conduceva nelle spire buie di quella primordiale possessività tanto tipica negli uomini del Sud. Contrasse matrimonio relativamente giovane con Samantha Traxler, col trascorrere delle stagioni spesso lo colsero violenti febbroni da innamoramento, ma in generale le sue relazioni non godettero mai di quella serenità che ci si augura possa portare con sé un amore.

L’irrequietezza sentimentale finiva per corrompere ogni altro aspetto delle sue giornate, già irrimediabilmente segnate da quell’infelicità cronica, quella «orrenda e inutile succhiasangue» che ne prosciugava l’esistenza. A Rocco Carbone diagnosticarono una personalità bipolare, la capacità non sana di passare con disinvoltura da una incontenibile felicità a una acuta mestizia e che appesantiva il suo male interiore, il suo profondo imbarazzo di vivere.

In pace sotto un ulivo

Un’esistenza artistica e tragica, breve e infelicediversamente dal Francis Macomber dei racconti di Hemingway, che trovava requie soltanto nell’appartamento spartano di via Lorenzo Valla in cui viveva, a Monteverde Vecchio, quartiere romano di suggestive viuzze e scalinate e villini d’ispirazione liberty sul lato occidentale del colle del Gianicolo.
Anche il lavoro nel carcere di Rebibbia forse ne rasserenò lo spirito, rese più sostenibile quell’attesa di qualcosa che ne coronasse il lavoro letterario, tutti gli sforzi di una vita, ché, citando Cesare Pavese, «aspettare è ancora un’occupazione», ma è quando non si attende più nulla «che è terribile».

Quel riconoscimento, però, non arriverà mai. L’attesa rimase insoddisfatta sino all’ultima notte, a quello scontro fatale che archiviò come insoluto il rebus Carbone, “condannando” noi lettori a perdere per sempre la trebisonda fra le pagine della sua opera.
Sul luogo dell’incidente oggi sorge un ulivo, pianta endemica della terra natale dello scrittore, simbolo di speranza, pace, forza, amicizia e unione. Ai piedi dell’albero, in grado di resistere alle intemperie, tenace e cocciuto proprio come Rocco Carbone, si incontrano con regolarità le persone che gli hanno voluto bene.

 

da " I Calabresi " dell'11 ottobre 2023.

mercoledì 23 agosto 2023

DELIANUOVA - PARTE ALTA


Delianuova - Panorama dalla Villa Comunale negli anni '60.






Delianuova - Panorama dalla Villa Comunale oggi.


sabato 18 marzo 2023

APPUNTAMENTO CON LA STORIA A VILLA SAN GIUSEPPE (RC) IL 19 MARZO 2023, ORE 18.00




Biagio MONTELEONE  di Scido (RC)

"DIARIO DI UN PRIONIERO DI GUERRA"

mercoledì 8 marzo 2023

DELIANUOVA NELLA PITTURA - Corso Umberto I° (Paracorio)




Dipinto di Mimmo Morogallo

sabato 4 febbraio 2023

"RICORDI DI PERSONAGGI SINGOLARI " di Domenico Carbone.




Edificio scolastico di Delianuova


Domenico Carbone , insegnante elementare ,nato e vissuto a Delianuova - dove ha operato come Educatore per molti anni - fino al suo trasferimento nella Città di Reggio Calabria. Figura nobile e di grandi qualità umane, era appassionato di storia locale. Ha collaborato con Don Antonino Licastro nella ricerca finalizzata alla stesura del libro su Don Antonino Frisina (Maru Biju). 



di Domenico CARBONE


"Credo sia cosa gradita ricordare persone in gran parte vissuta nella prima metà del novecento, conosciute a Delianuova per il loro singolare comportamento. Chi ha vissuto quel periodo non può non ricordare le loro figure caratteristiche per gli atteggiamenti, i modi di fare e di dire che attiravano l'attenzione e suscitavano la curiosità di tutti. Per far rivivere quei ricorsi piacevoli, ho pensato di descrivere le più popolari "
Così Domenico Carbone nella sua premessa alla raccolta dove trovano collocazione e risalto  " PEPPI L'OMU ", ROCCU ZZIMBEHJA ", RAFELI U TIGNUSU" , A ZZA' PEPPA", PEPPINUZZU U GNIGNIRIGNUZZU" , "PASCALI CARCA "e tanti altri.

 


domenica 22 gennaio 2023

BIBLIOTECA COMUNALE SCIDO

 


Palazzo Ruffo 

La Biblioteca Comunale Paolo Greco ubicata in Via Roma, nell'antico palazzo Ruffo (1875), appartenuto ad una delle più antiche nobili famiglie del Regno di Napoli, da anni, è stato acquisito e ristrutturato dal Comune di Scido. La Biblioteca raccoglie un ingente patrimonio di grande valore storico e culturale costituito da: - beni librari testimonianza di storia e cultura calabrese, presenza di testi pregevoli e ricercati e una rarissima edizione delle tragedie di Ruffa, l'opera quasi completa del Galluppi, ecc. - reperti archeologici, manoscritti, pergamene, beni etno-antropologi (capi di vestiario pregiato e raccolta di pezzi in terracotta). - reperti numismatici, mobili antichi ( 700/800). 

Questo patrimonio non è altro che l'impegno del Dott. Paolo Greco, medico chirurgo di Delianuova,(Delianuova 1894-Roma 1976), oggi di proprietà del Comune di Scido. All'interno del Palazzo Ruffo , inoltre, si possono ammirare gli affreschi, dipinti nel 1988 dall'artista Scidese Gaetano Zampogna raffiguranti la vita rurale, una campana di bronzo (1950) sulla quale si trova impressa la seguente frase: al viatore stanco segna il tempo che passa, lo squillo canoro di questo bronzo dono della N.D. Soccorsina Romei Lombardi.

Detta campana sormontava una grande lapide commemorativa per i caduti della prima guerra mondiale- lapide che oggi troviamo esposta sul prospetto principale del Municipio e dettata dal poeta Felice Soffrè. Si può, inoltre, contemplare l'esposizione di una pregiata collezione di pipe, rappresentanti personaggi storici e politici, animali di ogni genere e preistorici, e disegni con fantasie varie, la quale rappresenta il lavoro dell'artigiano Scidese mastro Rocco De Giglio (1913-2009).

venerdì 13 gennaio 2023

DELIANUOVA ( "ARRETU LEVARI" ) e L'ASPROMONTE




Quartiere  " Arretu Levari"

mercoledì 4 gennaio 2023

DELIANUOVA NELLA PITTURA - " RIONE ARRETU LEVARI "

 



Dipinto di Mimmo Morogallo
                                                       

domenica 25 dicembre 2022

SANTO NATALE




 Natività

lunedì 19 dicembre 2022

DELIANUOVA. ACCESSO VILLA COMUNALE . ANNI '50




Ingresso Villa Comunale

giovedì 18 agosto 2022

ARCHITETTURA RAZIONALISTA A DELIANUOVA



PALAZZO DI CITTA'



 


     CASA  DEL  FASCIO



Intitolata a Francesco BATTISTA, soldato mitragliere , caduto in combattimento il 29 febbraio 1936 ad Acab  Saat ( Etiopia) . Faceva parte della 263° legione CC.NN., Divisione "21 aprile".  Medaglia d'oro al Valore Militare.

martedì 10 maggio 2022

I TESORI DI SCIDO

 

I tesori di Scido


Nel piccolo comune della Piana di Gioia Tauro, beni di inestimabile valore

Museo dell'arte contadinaScido, un piccolo comune della Piana di Gioia Tauro, immerso tra le montagne aspromontane, è un’incredibile riserva di beni di inestimabile valore. Il Museo e la Biblioteca comunale “Paolo Greco” hanno sede presso Palazzo Ruffo, un antico palazzo appartenente ad una famiglia nobile, risalente al 1875.

In una struttura annessa a palazzo Ruffo ha, invece, sede del Museo dell’arte contadina, dove si trova, tra l’altro, un originale frantoio in pietra del primo Novecento, ancora funzionante. Per questo, all’interno del Palazzo sede del Museo comunale, al piano superiore, furono commissionati nel 1988 affreschi dipinti da un artista di origini scidesi, Gaetano Zampogna, raffiguranti momenti della vita contadina.

Negli stessi anni, il comune venne in possesso, tramite compravendita, del patrimonio di un ricco possidente deliese, Paolo Greco (Delianuova 1894 – Roma 1976); gli eredi, in seguito alla morte del podestà, vollero vendere i suoi averi, rivolgendosi, in un primo momento, al comune di Delianuova, che, per mancanza di fondi, declinò l’offerta, mentre il comune di Scido, con poco, acquisì tutto ciò che Paolo Greco era riuscito a raccogliere lungo il corso di tutta una vita: libri, lettere, monili, una miniera di ineguagliabile valore, tra cui un carteggio epistolare dello scrittore Luigi Pirandello.La pipa con il volto di Garibaldi - Opera del maestro Rocco De Giglio

Il ricco patrimonio custodito a Palazzo Ruffo consiste in una vasta raccolta di libri antichi dal 1500 in poi, una pergamena donata alla Città dall’imperatore Carlo V, tre lettere autografe di personaggi storici italiani: Giuseppe GaribaldiFrancesco Crispi e Gabriele D’Annunzio. E, ancora, innumerevoli testi sulla storia e la cultura calabrese.

Non meno importanti, i reperti archeologici, i reperti numismatici, i mobili antichi (700/800) e i beni etno-antropologici, tra cui capi di vestiario pregiato e raccolta di pezzi in terracotta. Una campana in bronzo (1950) sulla quale si trova impressa la seguente frase: “al viatore stanco segna il tempo che passa, lo squillo canoro di questo bronzo” dono della nobil donna Soccorsina Romei Lombardi. La campana sormontava una grande lapide commemorativa per i caduti della prima guerra mondiale, lapide che oggi troviamo esposta sul prospetto principale del Municipio e dettata dal poeta Felice Soffrè.

Tra le cose più interessanti da vedere, una preziosa collezione di pipe costruite a mano dal maestro artigiano Rocco De Giglio (1913 – 2009), molte delle quali riproducono personaggi storici, artisti, filosofi.

WhatsApp
di Federica Ligato






BIBLIOTECA COMUNALE  PAOLO GRECO

La Biblioteca Comunale Paolo Greco ubicata in Via Roma, nell'antico palazzo Ruffo (1875), appartenuto ad una delle più antiche nobili famiglie del Regno di Napoli, da anni, è stato acquisito e ristrutturato dal Comune di Scido. La Biblioteca raccoglie un ingente patrimonio di grande valore storico e culturale costituito da: - beni librari testimonianza di storia e cultura calabrese, presenza di testi pregevoli e ricercati e una rarissima edizione delle tragedie di Ruffa, l'opera quasi completa del Galluppi, ecc. - reperti archeologici, manoscritti, pergamene, beni etno-antropologi (capi di vestiario pregiato e raccolta di pezzi in terracotta). - reperti numismatici, mobili antichi ( 700/800). Questo patrimonio non è altro che l'impegno del Dott. Paolo Greco, medico chirurgo di Delianuova,(Delianuova 1894-Roma 1976), oggi di proprietà del Comune di Scido. All'interno del Palazzo Ruffo , inoltre, si possono ammirare gli affreschi, dipinti nel 1988 dall'artista Scidese Gaetano Zampogna raffiguranti la vita rurale, una campana di bronzo (1950) sulla quale si trova impressa la seguente frase: al viatore stanco segna il tempo che passa, lo squillo canoro di questo bronzo dono della N.D. Soccorsina Romei Lombardi. Detta campana sormontava una grande lapide commemorativa per i caduti della prima guerra mondiale- lapide che oggi troviamo esposta sul prospetto principale del Municipio e dettata dal poeta Felice Soffrè. Si può, inoltre, contemplare l'esposizione di una pregiata collezione di pipe, rappresentanti personaggi storici e politici, animali dogni genere e preistorici, e disegni con fantasie varie, la quale rappresenta il lavoro dell'artigiano Scidese mastro Rocco De Giglio (1913-2009).

mercoledì 23 febbraio 2022

TIPICO COSTUME PASTORI DELIESI.




mercoledì 16 febbraio 2022

lunedì 31 gennaio 2022

DELIANUOVA. CHIESA S. ELIA



Chiesa  S. Elia
 

venerdì 21 gennaio 2022

DELIANUOVA




 

lunedì 17 gennaio 2022

DELIANUOVA : LA PATRIA DELLA PIETRA VERDE.





sabato 1 gennaio 2022

GLI AUGURI DI CUORE DEL BLOG "DELIANUOVA" PER IL 2022.



venerdì 24 dicembre 2021

STORIE CRIMINALI : DA DELIANUOVA A HAMILTON.



Hamilton (Ontario)


Da Delianuova a Hamilton, Canada: la parabola della “mafia italiana”

La quarta città più popolosa del Canada è un laboratorio criminale: tra faide e affari la criminalità organizzata si fa sempre più “liquida” e dai contorni più sfumati

13 Ottobre 2021

dii Alessandro Boldini


ll viaggio in auto da Buffalo ad Hamilton dura poco più di un’ora. Si attraversano due Paesi e si passa per uno degli scenari naturalistici più famosi al mondo, le cascate del Niagara. Nel mezzo una differenza abissale, da tutti i punti di vista: ambientale, culturale, di tradizioni. Ma anche, e soprattutto, di milieu criminale. Lì lo chiamano l’«underworld», il mondo di sotto. La traduzione italiana più appropriata è «malavita». Perché la mafia in quell’area del Nordamerica è quanto di più liquido possa esistere. Il confine è talmente labile che perfino la storica divisione fra cosa nostra siciliana e la ’ndrangheta calabrese a volte viene meno, specie se di mezzo ci sono gli affari. Inquirenti e investigatori faticano infatti, a volte, a inquadrare il fenomeno nel giusto perimetro.

L’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia (Dia), riferita al periodo luglio-dicembre 2020, ad esempio, nel descrivere la situazione canadese cita uno dei numerosi episodi della lunga epidemia di violenza che negli ultimi anni ha imperversato nella regione dell’Ontario. Si tratta dell’omicidio di Pasquale Musitano, detto «Fat Pat», rimasto vittima di un agguato appena sceso dal suo fuoristrada blindato nel parcheggio di un centro commerciale a Burlington, centro di oltre duecentomila abitanti sulla sponda Ovest del lago Ontario.

 👇


La relazione della Dia

di Giacomo Pirrone

È stata pubblicata lo scorso 22 settembre la relazione del Ministero dell’Interno al Parlamento sulle attività della Direzione investigativa antimafia per il secondo semestre del 2020. Il periodo preso in esame è quindi quello immediatamente successivo al primo e più esteso lockdown per contrastare gli effetti della pandemia da Covid-19. Una fase caratterizzata da un contesto di crisi economica generalizzata, particolarmente grave soprattutto per il settore terziario, colpito da lunghe chiusure e riaperture a intermittenza.

In questo contesto, riporta la Dia, le varie organizzazioni criminali di stampo mafioso hanno confermato una tendenza alla sommersione che si osserva da anni: un ricorso sempre meno frequente alla violenza, sostituito da strategie più subdole che puntano all’infiltrazione nel tessuto socio-economico dei territori di appartenenza e alla creazione di un welfare parallelo a quello statale che approfitta delle situazioni di crisi economica. Inoltre, i gruppi criminali dimostrano una grande velocità e flessibilità nel cambiare le proprie strategie per adattarle alle nuove tendenze sociali e tecnologiche; lo dimostrano l’uso sempre più frequente di criptovalute per le proprie transazioni e la diversificazione dei propri affari per approfittare dei finanziamenti pubblici stanziati per l’emergenza.

La ‘ndrangheta calabrese, scrivono gli uomini della Dia, mostra una forte vocazione imprenditoriale, che si avvale dei fondi ricavati dal narcotraffico – in primis cocaina – e dell’aiuto di una cosiddetta “area grigia” di professionisti, imprenditori e amministratori corrotti che collaborano con le cosche senza farne parte attivamente. Gli affari delle ‘ndrine si spingono su tutto il territorio nazionale, in particolare in Emilia-Romagna, Liguria e Lombardia. Pur conservando una struttura unitaria e molto organizzata, la mafia calabrese sembra meno impermeabile che in passato con diversi casi di collaboratori di giustizia. In Sicilia, cosa nostra conserva il proprio ruolo preminente nella regione convivendo e talvolta collaborando con la Stidda, associazione di gruppi organizzati orizzontalmente presente soprattutto nell’area centro-orientale. Anche qui si cerca di infiltrarsi nei settori più coinvolti dai contributi pubblici, come quello delle energie rinnovabili. C’è inoltre un interesse crescente verso il gioco d’azzardo, usato come mezzo di riciclaggio.

Anche i clan della Camorra mostrano una spiccata attitudine all’imprenditorialità, con casi di coincidenza tra leadership criminale e management imprenditoriale. Questi gruppi sono molto eterogenei fra loro per strutture e modalità operative; questa eterogeneità porta a una forte flessibilità e capacità rigenerativa, ma causa anche rapporti instabili tra i clan che alternano periodi di conflittualità e alleanza in funzione degli interessi del momento. Anche la Puglia conferma tendenze già viste in precedenza: in particolare, la mafia pugliese è quella più incline a conflittualità interne. Ciò – chiude il rapporto della Dia – sarebbe causato dal perdurare delle condizioni detentive di molti leader storici e dal conseguente tentativo delle nuove leve di scalare le gerarchie. Particolarmente rilevante è il contesto foggiano, dove le consorterie mostrano una grande duttilità nei contesti economico-finanziari. Sul territorio nazionale sono inoltre presenti gruppi criminali etnici, eterogenei per origini e interessi. Se al centro-nord questi gruppi riescono a costruirsi una propria autonomia e talvolta un’egemonia in settori specifici, nelle regioni meridionali agiscono con l’assenso delle mafie locali, quando non direttamente in subordine.

 

 

Il 52enne, scrive la Dia, è «un soggetto ritenuto esponente di spicco di una famiglia di ’ndrangheta originaria di Delianuova e trapiantata in Canada». Eppure gli studi e le inchieste sembrano suggerire tutt’altro. Tanto che la dottoressa Anna Sergi, criminologa dell’Università dell’Essex, nel commentare il paragrafo dedicato all’omicidio di Fat Pat ha segnalato l’«errore nell’ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia», dove «si indica la famiglia (Musitano, ndr) come clan di ’ndrangheta. Questi errori confondono ancora di più il panorama confuso della mobilità mafiosa». Sergi fa infatti riferimento all’estrema mobilità dei clan della zona, in particolare della città di Hamilton, dove tutti confluiscono sotto il generico cappello della «mafia italiana».

 

Lo sbarco in «Canadà»

Un milieu criminale dove regna l’ibridismo, tanto che i confini tra ’ndrangheta e cosa nostra sembrano quasi fondersi fra loro. Ne è un esempio la storia del clan Musitano, che – insieme ad altre due famiglie calabresi, i Papalia e i Luppino-Violi – per decenni ha dominato su un’area della quarta città più popolosa di tutto l’Ontario. Per comandare a lungo, però, bisogna scendere a compromessi. Che in alcuni casi significa perfino mettere da parte le proprie «ingombranti» origini e schierarsi al fianco di chi di volta in volta ha il potere in mano. La presenza dei Musitano ad Hamilton è documentata fin dagli anni Trenta. Il capostipite del casato è Angelo Musitano, «la bestia di Delianuova», che nel 1938 fugge dalla provincia di Reggio Calabria alla volta di quel Paese lontano che i giornali dell’epoca chiamano ancora «Canadà».                                                                                                                               



 

L’evento scatenante è l’omicidio della sorella Rosa, commesso (a Delianuova)  un anno prima : Musitano, appena uscito dal carcere, scopre che la donna – da poco vedova – è rimasta incinta di un altro uomo. Una macchia per l’onore della famiglia che va ripulita con il sangue. Musitano uccide infatti la sorella e poi trascina il cadavere per le vie del paese fino alla casa dell’amante. Ancora in attesa di processo l’uomo fa perdere le proprie tracce e ripara ad Hamilton. Qui vive per quasi trent’anni sotto falso nome, Jim D’Augustino, e per sopravvivere si dedica ai mestieri più disparati: sarto, meccanico, imbianchino.

Nel 1940 Musitano viene condannato in contumacia a 30 anni di carcere e iniziano così le ricerche anche in campo internazionale. La svolta arriva soltanto nel 1963, quando anche l’Interpol si mette sulle sue tracce dopo aver ricevuto una segnalazione e una vecchia fotografia di trent’anni prima. Sarà proprio quello scatto in bianco e nero e dai contorni ingialliti a farlo finire in trappola. Il 3 marzo 1965, infatti, gli agenti che da mesi lo stavano pedinando riescono ad arrestarlo. Al momento dell’arresto Musitano non nega le accuse, ma stenta a riconoscersi nella foto che gli investigatori gli mostrano. Per lui arriva quindi il momento del ritorno in patria con l’estradizione.


La dinastia criminale

Ormai, però, la stirpe criminale ha già messo radici. Nei ventisette anni di vita trascorsi ad Hamilton, Musitano riesce a metter su famiglia e dà una mano a crescere i figli del fratello. A portare avanti la dinastia ci pensano infatti i nipoti, Anthony e Dominic Musitano. È grazie a loro che a cavallo fra gli anni Settanta e Ottanta il nome dei Musitano si fa largo nel panorama criminale canadese assumendo un ruolo di primo piano, sapendo al contempo esercitare quel «fascino» mafioso che ha sempre tanto appeal sui giovani. Tony è uno di quei personaggi che fa parlare di sé con estrema facilità: a colpire è soprattutto il suo senso dello humor nero come la pece, capace di spezzare le smorfie del viso a metà tra un sorriso e un velo di timore.

 

 

La dinastia dei Musitano



 

Nel gennaio del 1983 viene condannato a 15 anni di carcere per una serie di attentati esplosivi contro alcune attività commerciali per la gestione del racket ad Hamilton, che in quel periodo viene ribattezzata “Bomb City”.

Mentre è in carcere pianifica – insieme al fratello Dominic e altri – l’omicidio di Domenic Racco, uno dei boss più in vista del Siderno Group, avamposto ’ndranghetista attivo nella GTA, la Great Toronto Area. In ballo ci sono gli affari con il traffico di droga e un debito da circa mezzo milione non onorato da Racco. Tanto basta per attirarlo in una trappola e farlo fuori, senza paura di mettersi contro altri compari calabresi.

Con Tony dietro le sbarre, il ruolo di comando spetta a Dominic, che indirizza il business di famiglia verso il gioco d’azzardo illegale. Nel 1992, un rapporto del dipartimento di polizia di Hamilton-Wentworth stima che i guadagni dei Musitano si aggirino attorno ai 14 milioni di dollari all’anno. Dominic Musitano fa del carisma la sua arma vincente e contribuisce a costruire un immaginario. Così le cronache raccontano delle oltre mille persone che il giorno del suo funerale popolavano le strade di Hamilton per seguire la veglia funebre.

Dominic muore per un arresto cardiaco all’età di 56 anni, mentre Tony morirà molti anni più tardi, nell’aprile 2019, dopo aver trascorso l’ultimo periodo della sua vita da boss in pensione.


Il Siderno Group///

Per Siderno Group, o Crimine di Siderno, s’intende il gruppo di famiglie calabresi affiliate alla ’ndrangheta presente nella GTA, la Great Toronto Area, in Canada. Insieme alle camere di controllo della Lombardia, della Liguria e ai tre mandamenti calabresi (Ionica, Tirrenica e Città), rappresenta la sovrastruttura che coordina le attività delle ’ndrine canadesi e risponde direttamente al Crimine reggino. Il nome del Siderno Group si deve a un’intuizione investigativa degli inquirenti italiani, i quali – nell’omonima operazione del 1992 – hanno ricostruito le attività di una serie di famiglie trapiantate da decenni in Canada ma originarie di Siderno e di città della Locride come Gioiosa Ionica e Marina di Gioiosa Ionica.

I clan attivi nella regione canadese dell’Ontario, secondo gli esperti, non hanno di fatto mai reciso i legami con la «madre patria» calabrese e, come rivelano le inchieste giudiziarie, sono impegnati principalmente in attività illecite come il narcotraffico e il riciclaggio di denaro sporco. La ’ndrina di riferimento all’interno del Siderno Group è quella dei Commisso, detti «quagghia», che già negli anni ’80 gestivano alcune fra le principali rotte del traffico di eroina prima, e di cocaina poi, sull’asse New York-Toronto-Calabria.

 

Le redini passano così in mano ai figli di Dominic, Angelo «Ang» e Pasquale, detto «Fat Pat». Gli ordini partono da Pat, il fratello maggiore, colui che meglio incarna l’immagine del gangster lasciata dal padre. A dimostrazione della liquidità mafiosa della famiglia Musitano troviamo due episodi specifici. Il primo, nel 1997, l’omicidio di uno dei boss più importanti dell’epoca: Johnny «Pops» Papalia, fatto fuori insieme al suo braccio destro Carmine Barillaro proprio su ordine dei Musitano. A dispetto dalle sue origini calabresi (di Delianuova) Papalia – dopo la collaborazione con il contrabbandiere platiese Rocco Perri – si afferma a partire dagli anni Cinquanta come esponente di spicco del braccio canadese della famiglia di Buffalo, guidata da Stefano Maggadino.

I Musitano hanno un debito con Papalia di 250 mila dollari per un giro di scommesse in cui sono coinvolti. E decidono che piuttosto che estinguere il debito è meglio risolvere il problema alla radice, eliminando Pops e preparandosi ad affrontare una faida da cui difficilmente potranno uscire vincitori. Ma i Musitano ci riescono, grazie a uno strano gioco di alleanze che li porta a cercare e trovare la sponda delle principali famiglie di cosa nostra a Montréal, i Cuntrera Caruana e i potentissimi Rizzuto. L’appiattimento dei calabresi sui siciliani è ormai definitivo. Nel 2000, incastrati dal killer da loro stessi ingaggiato, i fratelli Musitano patteggiano 10 anni per l’omicidio Barillaro e in cambio vengono fatte cadere le accuse per altri due casi, compreso quello di Papalia.

 

La scia di sangue

L’omicidio di Johnny Papalia segna però uno spartiacque nella storia criminale di Hamilton, della quale non mancano strascichi ancora oggi. Come raccontano alcune fonti qualificate, capita infatti che durante gli intervalli a scuola tra i ragazzini emerga quella vecchia storiaccia della guerra fra i Musitano e i Papalia e, anche se le parentele con i protagonisti degli eventi siano distanti anni luce, le discussioni finiscano in rissa. Oppure succede che, per «sbeffeggiare» i rivali, su alcuni canali YouTube vengano caricati dei gameplay di un popolare videogioco, Grand Theft Auto, in cui si simulano spedizioni punitive e agguati mortali ai danni di esponenti della famiglia Musitano.

Il messaggio è inequivocabile: «Questa è la fine che meritate». Negli ambienti giudiziari canadesi si vocifera anche che lo spettro della vendetta per l’omicidio Papalia aleggi sui più recenti fatti di cronaca che hanno riguardato (e di fatto sterminato) la famiglia Musitano. Il 2 maggio 2017 viene ammazzato sul vialetto di casa Ang Musitano, 39 anni. Due componenti del commando di fuoco – Michael Graham Cudmore e Daniele Ranieri – sono stati ritrovati morti nel deserto del Messico. E le autorità sospettano che sempre in Messico trascorra la sua latitanza l’ultimo dei sospettati, Daniel Mario Tomassetti, a cui dà la caccia anche l’Interpol.

Poco più di tre anni dopo, il 10 luglio 2020, come ricorda la Dia, tocca invece a Fat Pat. Scrupoloso in ogni azione, viaggia sempre a bordo del suo suv blindato. Non è mai solo, ma i killer riescono a freddarlo in uno dei rarissimi momenti in cui abbassa la guardia. L’omicidio di Pasquale Musitano ha un’eco che arriva perfino oltreoceano, soprattutto per la caratura del personaggio. «Era Tony Soprano prima ancora che Tony Soprano fosse in televisione», dirà un ex sergente della polizia di Hamilton commentando la morte del gangster-boss amante dei cappotti di pelle e degli occhiali scuri. Per il suo omicidio i sospettati sono cinque, tutti apparentemente lontani dall’«underworld».



Pasquale Musitano


Quasi certamente, però, l’inchiesta della polizia canadese non porterà mai alla scoperta dei mandanti né del movente: a gestirla è infatti la squadra omicidi, che punta ad assicurare quanto prima i killer alla giustizia, mentre gli investigatori specializzati in criminalità organizzata premono affinché si allarghi il raggio d’azione proprio come avviene nelle più complesse indagini italiane. Ma il caso non è di loro competenza.

Tra le voci che girano c’è quella di un coinvolgimento di una famiglia emergente, gli Iavarone, forse stanchi della vita da «portaborse» dei Musitano e capaci di sfruttare a proprio vantaggio il momento di massimo declino degli storici alleati. Una sorta di gioco al massacro tra clan fragili dove chi la spunta ne esce moribondo. Negli ambienti della malavita e tra i ben informati si dice che prima di vestire il doppiopetto per buttarsi nel business, gli Iavarone stiano aspettando l’uscita dal carcere di Domenico «Dom» Violi, reggente dell’ultimo dei tre storici gruppi rimasto ad Hamilton, il clan calabrese Luppino-Violi, nonché sospettato di essere il primo canadese con la dote di «underboss» per conto di una famiglia di cosa nostra americana, i Todaro di Buffalo. Ma questa è tutta un’altra storia.


da IRPIMEDIA del 13 ottobre 2021