GLI ITALO-AUSTRALIANI E IL SECONDO CONFLITTO MONDIALE

Faculty of Arts - Papers Faculty of Arts 2005
Rando, G. Enemy aliens: gli italoaustraliani e il secondo conflitto mondiale, Storia e Futuro, 8-9, November 2005. Original article available here.
Gaetano Rando  (docente universitario)
University of Wollongong  (Australia)

 SOMMARIO
The entry of Italy into the second world war brought considerable disruption to the 30000 plus Italian Australian community which during the 1930s had grown to become the largest non angloceltic group in Australia. This presence was seen by the Australian authorities as a serious potential threat to national security and 4,727 mainly male Italian Australians were incarcerated in internment camps irrespective of their citizenship status or their political beliefs. As a consequence women and children were left to fend for themselves in a highly hostile environment, active proponents of fascism and ardent antifascists were placed in the same internment camp, sometimes with devastating results, sons serving in the Australian armed forces found themselves in the strange situation of visiting their interned fathers. Although a significant social-historical phenomenon, very few and at best highly partial studies (such as Bosworth and Ugolini 1992, Cresciani 1993, Mantinuzzi O’Brian 1993, 2002, in stampa) have been produced on the subject. Many Italian Australians, however, have tended to reflect, often from a victimological viewpoint, on the internment experience in their memoirs and reminiscences of life in Australia during the second world war. This paper proposes to provide an additional dimension to the topic by examining the oral and written accounts produced by the Italian Australian protagonists of the internment experience. These first-hand accounts will also
be located within the framework of the little research that has been done on the subject and secondary sources that focus on internment.



L’entrata in guerra dell’Italia rese molto problematica l’esistenza della comunità italoaustraliani che negli anni ’30 annoverava oltre 30000 unità ed era diventata la più numerosa collettività non-angloceltica del quinto continente. Le autorità australiane, ritenendo la presenza di tanti non-britannici una grave minaccia potenziale alla sicurezza della nazione, rinchiusero 4.727 Italoaustraliani, quasi tutti uomini, in appositi campi di internamento indipendentemente dai titoli di cittadinanza o dalla fede politica. Quale conseguenza le donne e i bambini furono lasciati allo sbaraglio in un ambiente palesemente ostile, fascisti convinti e attivisti antifascisti furono rinchiusi nello stesso campo talvolta con esiti devastanti, i figli degli Italoaustraliani chiamati alle armi si trovarono nella strana situazione di dover visitare i propri padri rinchiusi nei campi.Pur trattandosi di un episodio storico-sociale di notevoloe portata, ben poco spazio vi hanno dedicato gli studiosi (quali Bosworth e Ugolini 1992, Cresciani 1993, Mantinuzzi O’Brian 1993,2002,) e manca tuttora una veduta d’insieme del fenomeno. Comunque molti Italoaustraliani che hanno vissuto tali vicende hanno nel corso degli anni articolato le proprie riflessioni, spesso con impostazione vittimologica, nelle memorie e le testimonianze orali della vita in Australia durante la seconda guerra mondiale. Con il presente saggio si intende proporre un aspetto dell’internamento mediato tramite l’esame delle testimonianze orali e scritte degli Italoaustraliani che ne furono protagonisti. Queste testimonianze verranno collocate nell’ambito dei pochi studi disponibili sull’argomento.

I— SELEZIONE DEGLI INTERNATI

Nonostante che il periodo tra le due guerre fosse per certi versi problematico per le relazioni tra Australiani ed Italoaustraliani, le autorità del quinto continente non si dimostrarono eccessivamente preoccupate della presenza dell’apparato fascista in seno alla collettività italoaustraliana (fino al punto di disinteressarsi dell’attività di sorveglianza svolta dal regime mussoliniano nei confronti degli antifascisti italoaustraliani — Cresciani 2004) e anche se tali attività venivano tenute sotto controllo (1) ben più severe furono le misure prese nei confronti delle organizzazioni antifasciste (Cresciani,1979:passim). Oggetto di particolare apprezzamento anche se non privo di riserve fu la dichiarazione mussoliniana di non belligeranza del settembre 1939 tanto che ancora nel maggio del 1940 il primo ministro australiano Robert Menzies dichiarava in un discorso agli Italiani trasmesso alla radio che “I nomi di Mazzini e Garibaldi sono per noi pietre miliari . . . L'Italia ha contribuito mirabilmente alle arti della pace, e ciò facendo ha dato un immortale contributo alla cultura di ogni paese civile . . . io sono fiducioso che tutte queste cose preziose che noi abbiamo in comune sono di tale suprema importanza che noi avremo la vostra simpatia e la vostra comprensione.” (2) Ben diversamente comunque si comportarono gli Australiani non appena si ebbe notizia della dichiarazione di guerra da parte dell’Italia il 10 giugno 1940. Già il giorno precedente il primo ministro Menzies aveva aveva inviato un telegramma segreto ai premier di ciascun Stato della Confererazione avvertendoli dell’imminente entrata in guerra dell’Italia  (O’Connor 1996:173). Sebbene moltissimi Italoaustraliani si ritenessero estranei ai fatti bellici, ben presto si accorsero dell’ostilità e del sospetto che rapidamente crescevano nei loro confronti anche da parte di amici australiani. Come osserva Dalseno (1994:180) “Il poco entusiasmo c’era stato nei nostri confronti divenne adesso decisamente orfano . . . gli amici australiani presero a guardarci in cagnesco.” Difatti tra il 1939 ed il 1942 era molto diffusa tra gli Australiani la paura che gli Italoaustraliani potessero costituire una quinta colonna nemica e quindi un pericolo per la sicurezza del paese (Cresciani 1993:77). Gli Italoaustraliani, unitamente ai Tedeschi, i cittadini di paesi filoasse, alcuni Australiani iscritti al partito comunista e al movimento filofascista Australia First e, dopo i fatti di Pearl Harbour, i Giapponesi, furono denominati enemy aliens [nemici alieni] dalle autorità e sottoposti a controlli e divieti. Fu proibito loro di comprare o prendere in

1) Si veda, ad esempio, “A summary of Italian Fascist activities and propaganda in Australia. December 1936,” Commonwealth Investigation Branch (relazione inedita). --- RIPORTATO IN CRESCIANI ---
2 ) ‘Il messaggio al popolo italiano del Primo Ministro australiano,’ Il Giornale italiano, 1 maggio 1940, p.1. Il Giornale italiano fu l'ultimo dei giornali italaustraliani ad essere posto sotto sequestro e chiuso dalle autorità l'8 giugno 1940 (Rando, 1993:203-204).




affitto terreni, di ottenere prestiti bancari, di viaggiare. Vennero sequestrati lampadine a pile,radio, machine fotografiche, camion, trattori e imbarcazioni, in certi casi anche beni immobili.Nelle zone ritenute piì a rischio gli enemy aliens furono tenuti a presentasi settimanalmente al locale posto di polizia. Secondi i provvedimenti del National Security Act del 1939-1940 il governo federale aveva il potere di rinchiudere nei campi di internamento chiunque venisse sospettato di mancare di lealtà nei confronti della nazione. Le autorità militari e le forze di polizia di ciascun stato della federazione furono incaricati dell’esecuzione dei relativi provvedimenti. I servizi di sicurezza eseguirono indagini nei confronti di tutti gli uomini italoaustraliani i quali furono arbitrariamente assegnati ad una di cinque categorie. Mandati di detenzione furono emessi nei confronti di tutti coloro assegnati alle tre categorie ritenute a rischio,nonchè di alcuni della penultima categoria a basso rischio. Furono risparmiati solo gli uomini dell’ultima categoria “ordinary harmless people” (Cresciani 1979:172) ritenuti soggetti al di sopra di ogni sospetto. Ciò significava che molti Italoaustraliani vennero destinati al reclutamento forzato nel Civil Labour Corps e assegnati a lavori ritenuti necessari alle attività belliche oppure furono rinchiusi in uno del campi di internamento appositamente costruiti nelle zone rurali del paese come, ad esempio, il campo di Hay,che secondo Claudio Alcorso (Alcorso e Alcorso, 1992:54), si trovava sito nel paesaggio desolato del New South Wales occidentale soggetto a tempeste di sabbia e circondato dal filo spinato e da torri per le sentinelle, provvedimento del resto già eseguito durante la prima guerra mondiate nei confronti dei Tedeschi residenti in Australia. Nel corso del secondo conflitto mondiale furono internati 7.711 enemy aliens di tutte le nazionalità (Fitzgerald 1981:5) di cui 4.727 Italiani, quasi il 15% della collettività intera (3) che nel corso del decennio precedente era diventata la collettività nonangloceltica più numerosa residente nel quinto continente. In molti casi l’internamento non era giustificato in quanto la stragrande maggioranza degli Italoaustraliani non aveva la minima intenzione di promuovere attentati alla sicurezza del paese. L’internamento degli Italoaustraliani durante la seconda guerra mondiale resta in gran parte una storia segreta in quanto a tutt’oggi se ne sa relativamente poco. Eppure è palese che rese molto problematica l’esistenza degli Italoaustraliani durante il periodo bellico come pure negli anni successivi, non solo di coloro che furono rinchiusi nei campi di internamento ma anche di chi, soprattutto le donne ed i bambini, era rimasto a piede libero. Quale conseguenza molte persone

(3) Negli Stati Uniti dove la collettività italoamericana ammontava a circa 600.000 unità furono internati solo 2.100 Italiani— H-ITAM@H-NET.MSU.EDU, 8 ottobre2002: When America's Italians Were America's Enemies: An Exploration of Civil Liberties in Crisis At the Italian American Museum in mid-Manhattan.





soffrirono anche a lungo termine di depressione e vi furono inoltre gravi casi di esaurimento e di crisi di nervi. Anche a distanza di molti anni moltissimi internati non riescono a parlare di tali esperienze e pure coloro che ne hanno parlato lo hanno fatto in modo molto parziale e frammentario. Non a caso molte memorie ed (auto)biografie che contengono testimonianze del periodo di internamento non furono pubblicate fino agli anni ’90, periodo che (eccezion fatta per Menghetti 1983) vide anche la pubblicazione di alcuni studi specifici sull’argomento (Bosworth e Ugolini 1992, Cresciani 1993, Dignan 1992, Martinuzzi O’Brien 1992, 1993 e O’Connor 1996:173-195 — seguiti poi da Elkner 2002, Martinuzzi O’Brien 2002, in stampa). I pochi volumi pubblicati sull’internamento (Bevege 1993; Hammond 1990) e il documentario sul campo di Tatura (1996) (4) trattano soprattuto l’esperienza dei Tedeschi dicendo ben poco sugli Italiani e cenni relativi alle esperienze degli Italoaustraliani internati si trovano in Saunders (1993) e Saunders e Daniels (2000). Manca però un volume complessivo che presenti una panoramica dettagliata sull’internamento degli Italoaustraliani anche se tale argomento viene trattato in modo sommario e talvolta parziale in vari studi storico-sociologici relativi alla presenza italiana in Australia e nelle testimonianze orali,nelle memorie,nelle biografie e nelle autobiografie prodotte dagli stessi Italoaustraliani;come pure nella rappresentazione teatrale del caso di Francesco Fantin (Rando, 2000:74) si possono rilevare resoconti parziali e soggettivi di tale esperienza. Sul discorso dei prigionieri di guerra italiani in Australia, invece, esiste una ben più ampia documentazione costituita da tre volumi (Fitzgerald 1981; Grimmett 2001; Camarda 2000), un documentario della durata di 50 minuti (5) e i resoconti contenuti in memorie e (auto) biografie (ad esempio, Lucia 2003). Scopo del presente saggio è quindi di cercare di fornire una veduta d’insieme delle varie esperienze di internamento narrate dagli stessi protagonistiQuando le autorità australiane iniziarono il rastrellamento gli Italoaustraliani reagirono con incredulità, perplessità e incomprensione. Anche se molti avevano aderito alle organizzazioni fasciste in Australia, la stragrande maggioranza l’aveva fatto non tanto per vera convinzione quanto come manifestazione di adesione sociale e senso di identità (Cresciani, 1979:246), tant’è vero che “chi non era fascista, si atteggiava lo stesso a fascista a dispetto degli australiani che erano antifascisti e disprezzavano l’Italia e il Duce” (Strano A. 2001:55). Molti Italoaustraliani furono arrestati ed internati a causa delle denunce di presunto filofascismo promosse dall’invidia dei connazionali oppure dai pregiudizi degli Australiani, altri perché avevano in casa qualche scritto o oggetto riferentesi al fascismo, altri ancora (soprattutto pescatori) a causa della propria

4) Arthur Knee, Tatura World War 2 Wartime Camps & Irrigation Museum, comunicazione email del 10 gennaio 2003.
5)  Reluctant Enemies, a 50 minute documentary produced by Maria Chillcot, ABC-TV, Australia,2001.



occupazione ritenuta un pericolo per la sicurezza del paese e alcuni per proteggerli da violenze e ingiurie da parte degli Australiani della zona di residenza (Cresciani, 1985??:77). Furono perfino internati alcuni noti antifascistiI provvedimenti ed i criteri che regolavano l’arresto e la detenzione venivano applicati in modo poco coerente. Nel Queensland, stato dove resiedeva circa un terzo degli Italiani d’Australia,vennero internati 2.216 (di cui 602 avevano acquisito la cittadinanza Britannica (6) e 41 erano nati in Australia) soprattutto nel periodo posteriore all’occupazione giapponese della Nuova Guinea quando si temeva una vera e propria invasione del Queensland settentrionale (Townsville fu soggetta a incursioni aerei giaponesi nei primi mesi del 1942). Man mano che nel Queensland aumentava il ritmo degli arresti gli Italiani del luogo si salutavano adoperando la locuzione “You’re on the list” [sei sull’elenco (dei ricercati)] anziché con le formule consuete (Dalseno,1994:192). Nell’Australia occidentale, anch’essa minacciata da invasione da parte dei Giapponesi che nei primi mesi del 1942 avevano bombardato Broome, furono rinchiusi 1.196 (di cui 106 di cittadinanza britannica e 6 nati in Australia) mentre nel New South Wales, dove i sommergibili giapponesi avevano fatto incursione nel porto di Sydney, toccò a 855 (145 di cittadinanza britannica e 8 nati in Australia) e nel Sud Australia a 173 (74 di cittadinanza britannica e 2 nati in Australia). Nel Territorio del Nord, nonostante la vicinanza alla Nuova Guinea e il bombardamento di Darwin e di Katherine, e in Tasmania furono internati solo coloro che avevano conservato la cittadinanza italiana ed i presunti fascisti, in parte a causa della scarsa presenza italiana. Molto meno colpiti furono gli Italiani del Victoria con soli 171 internati (quasi tutti cittadini italiani e/o noti fascisti) in parte perché lo stato restava meno minacciato dagli avvenimenti bellici ma soprattutto a causa del maggiore prestigio che vi godeva la collettività italoaustraliana nonché dell’intervento di Daniel Manix, arcivescovo cattolico di Melbourne filoitaliano e filofascista, a favore di molti Italoaustraliani colpiti da mandati di detenzione (Elkner 2002). Osvaldo Bonutto, noto esponente della collettività italoaustraliana di Texas (nel Queensland) dove faceva il coltivatore di tabacco ed era proprietario di un albergo, venne arrestato il 10 giugno 1940 in seguito a denunce non giustificate di attività filofasciste. Bonutto fu tradotto al campo di internamento di Gaythorne (vicino a Brisbane), rilasciato nell’ottobre del 1940 ma di nuovo arrestato nell’aprile del 1941 in seguito a solleciti da parte dei servizi segreti militari nonostante la convinzione della polizia del luogo che le accuse nei suoi confronti risultavano infondate. In seguito al bombardamento di Darwin (marzo 1942) fu trasferito al campo di

6)  Non esisteva allora la cittadinanza australiana.



Loveday nel Sud Australia sito in una località che Bonutto (1994: 50, 60, 68) insistentemente descrive come un deserto, il cui nome (Loveday letteralmente significa ‘amore giorno’) era secondo Adelio Calligaro “un tiolo contorto per un campo di internamento circondato dal filo spinato dove le guardie ci tenevano sotto il tiro delle mitragliatrici” (Cabrini Fontana 199?:16). Simile sorte toccò a Roberto De Conti, emigrato in Australia nel 1927 in seguito al fallimento della sua impresa in Italia ed ottenuta la cittadinanza brittanica nel 1934, il quale venne arrestato il 22 ottobre 1940 sospettato di attività filofasciste. La denuncia della polizia precisava che aveva frequentato riunioni sia delle locali organizzazioni fasciste sia di quelle comuniste ma pare che l’unico legame con la politica fosse uno dei padrini della figlia il quale era noto attivista fascista della zona. Anche De Conti fu rinchiuso a Gaythorne e poi trasferito a Loveday, esperienza ancor più traumatica in quanto era stato internato dagli Austriaci per tutto il corso della guerra del 1915-1918 (Watkins, 1999: 10, 14, 71, 72). Peter Dalseno, che era arrivato in Australia in fasce nel 1923, fu molto amareggiato quando, con l’entrata dell’Italia in guerra, fu costretto a compilare l’Aliens Registration Card perché non aveva acquisito la cittadinanza britannica. Il peggio comunque avvenne il 10 marzo 1942 quando fu arrestato a Ingham nel Queensland settentrionale in seguito al timore di un presunto sbarco giapponese in quella zona. Dopo un viaggio allucinante in treno che strada facendo caricava progressivamente altri internati (complessivamente quasi 500) venne rinchiuso a Gaythorne poi inviato a Loveday dove arrivò il 20 marzo 1942. Dato il grado di scolarizzazione e la conoscenza dell’inglese venne designato uno del capi del campo. La madre e la sorella minore di Dalseno furono internati a Tatura per circa due anni e la moglie fu schedata cone alien con l’obbligo di presentarsi periodicamente al locale posto di polizia anche se ricevette un sussidio governativo di 8 scellini la settimana. (Dalseno, 1994: 186, 193, 206, 216). Un ultimo esempio di quanto accadeva nel Queensland viene fornito da Augusto Orlandi, emigrato in Australia nel 1925 e successivamente acquisita la cittadinanza britannica, il quale venne arrestato sul suo podere di Innisfail (Queensland settentrionale) il 4 aprile 1942. La polizia locale non aveva prove che l’Orlandi avesse participato ad attività o articolato sentimenti anti-britannici ma ciononostante lo riteneva pericoloso a causa delle sue manifeste simpatie nei confronti della terra natia e del suo sentimento di italianità (Bevege, 1993:172). 

I primi ad essere internati nell’Australia occidentale furono i componenti dell’equipaggio della nave passegeri italiana "Romeo" che si trovava nel porto di Fremantle quando l’Italia entrò in guerra (Gentilli 1983:96). Ben presto vi seguì Frank Ianello, pescatore di Fremantle nato in Sicilia, il quale venne rinchiuso per tutto il periodo bellico mentre i fratelli minori, Joe e Con, nati in Australia, furono arruolati nel Citizen Military force destinata alla difesa del territorio nazionale. Frank non aveva acquisito la cittadinanza britannica e negli anni ’30 aveva espresso la propria ammirazione per Mussolini. Nell’aprile del 1942 i fratelli Frank e Con ebbero la strana esperienza di incontrarsi a Narrongin quando il treno che portava Frank e altri internati dal campo di Harvey a Kalgoorliefece sosta e Con fu tra i militari che portarono da mangiare ai prigionieri (Bunbury 1995:23-24). Il presidente del club “Giovane Italia” di Fremantle, anche se di tendenze antifasciste, dovette subire ben tre anni di internamento quando un agente australiano,che a stento capiva l’italiano,confuse il nome del club (di chiara ispirazione mazziniana) con la “Gioventù Italiana del littorio all’estero” (Cabrini Fontana 199?:6). Angela Travia ebbe l’amara esperienza di vedere internati sia il padre (nel 1941) che la madre (il 2 giugno 1942). I fratelli maggiori di Angela si trovavano sotto le armi per cui lei, le due sorelle ed il fratello minore dovettero campare alla meglio fino a quando la madre non fosse rilasciata nel settembre del 1942 (Bosworth e Ugolini 1992:112-113). Domenico Della Vedova, emigrato in Australia nel 1925 e acquisita la cittazinanza britannica nel 1931, venne arrestato nel giugno del 1940 sul proprio podere di Pemberton (nell’Australia occidentale) e nonostante i tentativi del signor Roberts, direttore della locale Trading Company nonché una petizione di 250 Australiani della zona, fu rinchiuso a Harvey poi inviato in Sud Australia (Bosworth e Ugolini, 1992:108-109). Adelio Calligaro che aveva lasciato Buia (in provincia di Udine) per raggiungere i fratelli in Australia perché alcuni familiari erano stati torturati dai fascisti, venne tacciato di fascismo semplicemente perché era italiano e fu internato insieme ai quattro fratelli — quasi mezzo secolo dopo di dichiarò convinto “che i giornali . . . seminavano l’odio contro le razze diverse [da quella australiana] e questo contribuì alla decisione di rinchiudere tutti gli Italiani nel campi di internamento”(Cabrini Fontana 199?:15). L’ortolano Angelo Levis di Bayswater (vicino a Perth) e famiglia furono schedati come enemy aliens ma Angelo non fu internato in quanto non aveva partecipato ad attività politiche e il suo lavoro era ritenuto importante per la produzione di generi alimentari necessari al fabbisogno nazionale (Bunbury 1995:28-29). Claudio Alcorso, il quale aveva lasciato l’Italia a causa delle leggi antisemitiche e si era stabilito a Sydney nell’ambiente imprenditoriale creandosi anche molti amici australiani, voleva arruolarsi nell’aeronautica militare australiana ma fu invece schedato come enemy alien sentendosi di conseguenza avvillito e terrificato tanto che voleva nascondersi. Insieme al fratello Orlando fu arrestato il 4 luglio 1940 e rinchiuso a Orange poi a Hay. Fattore determinante fu la scoperta in casa di molti libri di letteratura e storia tra cui “qualche libro autorizzato che presentava sotto una luce favorevole il regime . . . esposti in una mostra sulla <<quinta colonna>> allestita a Sydney qualche mese dopo” (Alcorso e Alcorso 1992:53). La casa di Bartolo Ferlazzo, un sarto di Lipari che si era stabilito a Sydney, fu perquisita e furono sequestrate varie copie del giornale filofascista Il Corriere degli Italiani in Australia che vi erano stati lasciati da uno dei direttori del giornale, cognato di Bartolo. Bartolo fu inviato a Hay poi a Loveday. (7) A parte i fascisti o presunti tali venivano presi particolarmente di mira anche gli Italoaustraliani impiegati in certe categorie occupazionali, in particolare i pescatori visti come un pericolo per la sicurezza del paese in quanto si riteneva che potessero adoperare le proprie imbarcazioni e la conoscenza del mare per assistere le spie ad entrare ed uscire dal territorio nazionale. Il deputato della South Coast del parlamento del Nuovo Galles del Sud informò i colleghi che i pescatori della zona uscivano in alto mare nei propri pescherecci per festeggiare le vittorie delle forze armate dell’asse (Bevege 1993:154). A Wollongong, Wolloomoloo, Ulladalla, Port Pirie, Geraldton e Fremantle le imbarcazioni appartenenti agli Italiani furono sequestrati, le licenze dei pescatori vennero annullati e molti furono rinchiusi nei campi di internamento. Clementina Pittorino in Pruiti (Bosworth e Ugolini 1992:110-112) ricorda che il padre fu arrestato a Geraldton ancor prima che lei nascesse (19 dicembre 1940) e fu rinchiuso a Alice Springs nel centro dell’Australia. Prima dell’arresto aveva chiesto a dei parenti di riportare il suo peschereccio a Fremantle ma la barca andò a fondo nel corso del viaggio. Luigi Camporealearrestato a Geraldton dove si trovava a pescare, venne trattato molto male dalla polizia prima di essere rinchiuso nel campo di Rotnest Island poi a Harvey e infine a Loveday (Bosworth e Ugolini 1992:114-115). Nel Sud Australia furono i pescatori molfettesi di Port Pirie ad essere maggiormente colpiti dai mandati di arresto tanto che nel maggio 1943 costituivano il 47% degli internati di tutto lo stato (O’Connor 1996:181). Salvatore Puglisi di Ulladulla [NSW], il quale si era a suo tempo rifiutato di contribuire alla raccolta di fondi a favore della campagna mussoliniana di Etiopia ed aveva dichiarato che riteneva giuste le sanzioni della Lega delle Nazioni nei confronti dell’Italia, venne ciononostante internato (Zampaglione 1987: 49). Andrea La Macchia, pescatore di Lipari arrivato a Sydney il 2 gennaio 1940, fu colpito dall’ironia della sorte quanto venne inviato al campo di Hay lontano dal mare per un anno circa e poi trasferito a Loveday dove restò quasi due anni e mezzo. (8) Chi faceva altri mestieri se la cavò un po’ meglio dei pescatori, almeno in certi casiNell’Australia occidentale gli Italiani impegnati nell’agricoltura e nel commercio furono soggetti a controlli ma la maggioranza potette continuare ad esercitare i consueti lavori. I taglialegna della zona di Kalgoorlie vennero internati per un breve periodo ma poi furono rimandati al posto di lavoro poiché la produzione del legno veniva considerata di importanza nazionale (Gentilli

7) Colloquio con Maria Rando in Ferlazzo, Earlwood (NSW), 26 giugno 1987. Difatti nel giugno del 1941 circa 1000 internati furono trasferiti da Hay a Loveday in modo che a Hay potessero venire rinchiusi i prigionieri di guerra.
8)  Colloquio con Andrea La Macchia, Wollongong, 16 novembre 1984.




1983:96). Gli agricoltori dei distretti di Harvey e Warona (sempre nell’Australia occidentale) furono internati ma rilasciati dopo pochi mesi ed alcuni ottennero dei contratti per rifornire l’esercito australiano di pomodori e altre verdure (Bunbury 1995:42, 44). (9)  Nella zona di Geraldton metà dei coltivatori di pomodori furono rilasciati per non perdere la raccolta ma tutti i pescatori furono tenuti nei campi perché si riteneva troppo difficile tenerli sotto controllo (Bevege 1995:66). Anche il lavoro delle miniere veniva considerato di importanze strategica anche se la vita non era necessariamente facile per i minatori italiani. Jack racconta che alle miniere di carbone di Wonthaggi (nel Victoria) dove gli Italiani costituivano il 10% della forzalavoro il presidente del sindato di categoria, Bob Hamilton, persuase i minatori australiani di non votare per far licenziare i colleghi italiani. Dopo tale decisione gli Italiani venivano trattati esattamente come gli Australiani tranne tre o quattro attivisti fascisti che furono internati. Jack presentò domanda di cittadinanza dopo l’amnistizio del 1943 (Loh 1980:36-37). In qualche caso furono gli stessi Italoaustraliani a richiedere di venir internati in quanto familiari ed amici preferivano stare insieme nei campi anziché doversi separare. Dalseno racconta che tre militi italoaustraliani diedero le dimissioni e chiesero di raggiungere i rispettivi pardi a Loveday (Dalseno, 1994:255). Il caso più clamoroso fu forse quello di Joe Vozzo, sarto di Yarloop (nell’Australia occidentale), che chiese alle autorità di rinchiuderlo nel campo di Harvey dove avrebbe potuto stare insieme agli amici perché la vita era diventata insorportabile e troppo solitaria in seguito all’internamento degli stessi. Quando la richiesta fu respinta andava di sabato con la motocicletta a Harvey a dava il saluto fascista agli amici dall’altra parte del filo spinato fino a quando le autorità non persero la pazienza e misero dentro pure lui (Bunbury 1995:40, 42). Gli enemy aliens che non furono internati venivano costretti a prestare servizio presso il Citizen Military forceoppure presso una delle varie organizzazioni lavorative. Luigi Strano, noto esponente della collettività italoaustraliana di Sydney sia per l’attività di interprete e insegnante d’italiano sia per le sue poesie che apparivano regolarmente sui giornali italoaustraliani, ebbe la casa perquisita dalla polizia poco dopo l’entrata in guerra dell’Italia. I libri e le carte furono passati al setaccio dagli agenti che, tra l’altro lessero anche la seguente poesia:


Sydney città dei miei sogni!
se mai penso di partirmi
di staccarmi da te, o Sydney,
mi si inumidiscono gli occhi.
Se mai ritorno al paese
che mi ebbe fanciullo,
gli amici mi si stringono intorno;
e-Ricordi?Ricordi?
Si.Ricordo tutto e tutti,o fratelli,
ma il ricordo di te,o Sydney
sarà sempre il più vicino al mio cuore.
Sydney città dei miei amori.

9) Figura di rilievo nel promuovere il rilascio degli internati fu l’allora ministro federale degli Esteri H. V. Evatt il quale sollecitava il rilascio di tutte le categorie di agricoltori per sopperire alla grave carenza di manodopera nel settore. La posizione di Evatt ebbe maggiore approvazione giapponese e la manodopera serviva sempre più per rifornire le forze americane nel pacifico.


Finita la lettura uno degli agenti disse “Ottima, Lou” e Strano rimase convinto che ciò lo risparmiò dall’internamento. (10) Non fu però risparmiato dall’arroulamento nell’AWC [Allied Works Council] civile e inviato per un periodo di tre mesi come “carbonaio di guerra” (Strano L 1999:61) a produrre carbone di legna nei pressi di Coffs Harbour anche se avrebbe potuto evitarlo se avesse pagato per il tramite di certo Beninati (11) una mazzetta di 120 sterline a Edy Macfarson, uno dei funzionari responsabili dell’assegnazione dei lavori. Strano potette ritornare a Sydney dopo che il padre “aveva stretto amicizia con Edy Macfarson” (Strano L 1999:63) il quale rilasciò una dichiarazione esonorandolo dal servizio.Nel 1942 venne formato il Civil Alien Corps per assegnare lavori agli internati usciti dai campi ai quali comunque non era permesso di riprendere i consueti lavori o di tornare a casa. Coloro che furono arruolati nel Civil Alien Corps dovettero lavorare alla costruzione di strade e di ferrovie oppure nelle segherie sotto la stretta sorveglianza dei militari. Nel settembre del 1942 Andrea La Macchia venne trasferito da Loveday ad Adelaide dove fu riuchiuso in una caserma e poi, insieme ad altri internati, inviato a lavorare alla riparazione di binari ferroviari nel deserto nei pressi di Oonadatta (Sud Australia) ricevendo come paga 8-10 sterline la quindicina. Ogni tanto i treni deragliavano a causa del peso del carico e danneggiavano i binari ed Andrea e i compagni furono accusati di sabotaggio ma poi esonorati ad inchiesta avvenuta. Dopo un anno all’incirca Andrea ricevette un telegramma da un cugino di Sydney che lo informava della morte della madre del cugino. Andrea riuscì a convincere le autorità che la zia gli era stata madre in quando si era occupata di lui dopo la morte del padre nella guerra del 15-18. Di conseguenza gli fu permesso di andare a Sydney anche se durante il viaggio veniva attentamente sorvegliato dalla polizia in quanto si riteneva che gli Australiani potessero tentare di fargli del male visto che era il “nemico.” Una volta rientrato a Sydney dovette presentarsi ogni notte al posto di polizia ma riuscì ad ottenere un certificato medico dichiarando che non poteva sopportare il caldo del deserto così evitando di venir rispedito a Oonadatta. Verso la fine del 1943 potette ottenere la

10 Colloquio con Luigi Strano, Mt Wilson [NSW], 20 agosto 1986.
11 Anche altri Italoaustraliani che si trovavano a Sydney in quel periodo ricordano che in molti casi Beninati proponeva a coloro chiamati a prestare servizio presso l’AWC la possibilità di ottenere l’esonero dietro pagamento di un certo ammontare.



licenza di pescatore a condizioni che esercitasse il mestiere a Ulladulla e non a Sydney.(12) Il trentino Sam Marocchi, che aveva poco più di diciotto anni quando fu internato, venne inviato come taglialegna nelle foreste di Jarrahdale (nell’Australia occidentale) nell’ottobre del 1943 e nonostante il sollevio di non trovarsi più rinchiuso nel campo di internamento, rifiutò il trasferimento ad Alice Springs all’interno dell’Australia rischiando così la possibilità di venir di nuovo rinchiuso (Cabrini Fontana 199?:10). Ci fu comunque anche chi diede volontariamente un contributo alle attività belliche. E’ il caso di Jim Romano il quale con l’entrata in guerra del Giappone si arruolò volontario, nonostante l’ira paterna, nelle unità non combattenti dell’Australian Army Labour Corps in quanto lo sentiva come atto di dovere verso gli amici australiani e voleva far parte del grande entusiasmo popolare per salvare la nazione da una possible invasione giapponese (D’Aprano 1998:3-7). Nei campi di internamento gli Italoaustraliani si raggrupavano insieme ai propri corregionali con una netta separazione tra settentrionali e meridionali, tant’è vero che talvolta servivano gli interpreti per comunicare tra i due raggruppamenti. Nonostante questa etreogeneità molte e varie attività venivano svolte all’interno dei campi : la creazione e coltivazione dell’orto, i corsi di lingua e letteratura italiana e inglese, i lavori artigianali soprattutto in legno, la pittura, la scultura, le attività sportive (calcio, pugilato, tennis, bocce), la produzione clandestina di grappa (forse come rimedio al bromuro che veniva messo nel tè) presto copiata dagli internati giapponesi, i complessi musicali e i concerti. Furono gli internati stessi a costruire i teatri, i campi da tennis e quanto altro serviva a tali attività. A Loveday Domenico Ippolito insieme ad altri si fece uso della propria conoscenza dei lavori agricoli per coltivare nell’orto le verdure che servivano alle cucine. (13) A Hay gli internati facevano a gara per vedere chi poteva produrre le migliori verdure, meta raggiunta non da un contadino ma da Phil Bossone, metalmeccanico e noto antifascista, il quale riuscì a produrre i migliori cavolfiori, carote, lattughe e cavoli, alzandosi di notte per andare a prendere il concime umano nelle latrine prima che venisse portato via (Alcorso e Alcorso 1992:21). Gli internati potevano anche inviare a e ricevere lettere da familiari ed amici anche se in numero limitato e soggette alla censura. Furono internati quasi tutti coloro che collaboravano alla stampa italoaustraliana (compresi i giornali delle organizzazioni antifasciste) in quanto si riteneva che costituissero un pericolo alla sicurezza nazionale poiché erano opinion leaders della collettività italoauatraliana, I giornalisti internati si diedero da fare e produssero giornali e bollettini scritti a mano che apparivano regolarmente quali L’Eco del Campo di Murchison, Patria di Hammond e Myrtleford in cui si protestava di come venivano

12  Colloquio con Andrea La Macchia, Wollongong, 16 novembre 1984.
13 Colloquio con Domenico Ippolito, Rockdale [NSW], 3 dicembre 1989.




trattati gli Italiani rinchiusi nei campi, si davano notizie e informazioni relative alle varie attività e si scrivevano saggi su argomenti di attualità (Rando, 1993:204). Gli internati potevano anche scegliere di prestare servizio nelle cucine, di effettuare il taglio delle legna, la pulizia delle latrine e dei lughi di uso comune, la costruzione delle capanne, lavori che venivano ritribuiti con uno scellino al giorno. Giuseppe Zammarchi - attivista antifascista arrestato a Tennant Creek (nel Queensland) il 14 giugno 1940 e internato a Tatura poi a Hay dove vi erano 1100 Italoaustraliani del Queenstand, Nuovo Galles del Sud a Victoria - racconta che a Hay era facoltativo accettare un lavoro giornaliero anche se era obbligatoro fare a turno i lavori di routine: “ . . . every week or a fortnight it was peeling potatoes or cleaning” (Loh, 1980:31-32). (14) Alcuni internati di Loveday potettero continuare ad esercitare i propri mestieri — ortolani, falegnami, cuochi, calzolai, medici, dentisti e intellettuali erano tutti in grado di contribuire al fabbisogno del campo (Watkins 1999:204). Certi internati avevano la possibilità di lavorare all’esterno del campo sotto la stretta sorveglianza dei soldati anche se gli attivisti fascisti cercavano di scoraggiare gli altri di accettare tale offerta poiché contribuiva al potenziale bellico dell’Australia. Osvaldo Bonutto raconta che decise di lavorare come taglialena in modo che quasi tutti i giorni potesse evadere “the depressing atmosphere of camp life” (Bonutto 1994:68) laddove Gino Paoloni andò a lavorare come bracciante agricolo per uno scellino al giorno per poter mandare dei soldi alla moglie (Kahan-Guidi e Weiss 1989:71). Molti detenuti dedicarono il periodo passato ai campi all’apprendimento di nuovi mestieri oppure allo studio. Vincenco Giuffré, che negli anni ’30 insegnava l’italiano ai corsi di lingua del doposcuola allestiti dalla collettività per i figli degli Italiani, passò il tempo trascorso a Loveday dedicandosi alla lavorazione artigianale del legno e all’insegnamento dell’italiano ai propri connazionali molti dei quali erano analfabeti. Anche quarant’anni dopo mostrava volentieri e con orgoglio qualche oggetto da lui fatto che ancora conservava. (15) Il lavoro artigianale aveva anche un valore terapeutico per chi lo praticava regolarmente. Ad iniziare tale attività fu un certo Arturo, scultore e scalpellino di Port Adelaide che era emigrato in Australia nel 1926 il quale decise di formare un laboratorio per la lavorazione del legno quando vide tanti internati che stavano a fare nulla tutto il giorno. Veniva adoperato il legno portato al campo dagli uomini che andavano a lavorare all’esterno e si producevano sculture, scatole per i gioielli, tavolini, tazze, ciabatte e tanti altri

14  Il verbale della polizia presentato al processo di Zammarchi dichiara che fu arrestato perché era
      filocomunista e aveva la tendenza ad essere manesco ma anche per salvaguardare la sua incolunnità   
      in quanto i minatori australiani di Tennant Creek avevano internzione di usare violenza contro
      gli  Italiani (Bevege 1993:64).
15 Colloquio con Vincenzo Giuffré, Sydney, 14 maggio 1983.


oggetti (Watkins 1999:207). Tale atttività veniva svolta anche a Hay dove si producevano sculture, ciotole in legno, cucchiai e scatole (Alcorso e Alcorso 1992:21) ma è stato forse un internato di Harvey conosciuto come “Mr Twentyfive” a realizzare l’opera più insolita — dopo aver chiesto al comandante del campo il legno per eseguire una scultura realizzò una grande aquila fascista (Cabrini Fontana 199?:13). Molti internati dedicavano parte del tempo al miglioramento dell’inglese e/o dell’italiano. A Loveday Peter Dalseno offriva lezioni d’inglese in cambio di lezioni d’italiano (Dalseno 1994:250). Andrea La Macchia imparò a parlare l’inglese frequendando lezioni a Hay poi a Loveday tenute da professori ed altri che conoscevano tale lingua. (16) Tra gli insegnanti vi fu Giovanni Zammarchi il quale, insieme ad altri due internati, insegnò inglese e italiano: “We had two language classes, one in the evening for advanced students and an afternoon class for beginners. There were about a hundred students. Some of the boys couldn’t speak English at all when they got there but when they were released they all knew enough to get on. Some were illiterate when they came so we taught them to read and write Italian as well. The school had a left policy, all our references were against fascism, so the fascists organised against us . . .”(Loh 1980:32). Un’attività molto particolare veniva svolta da Lamberto Yonna, noto artista e imprenditore italoaustraliano e insegnante di lingua, (17) il quale quasi tutti i giorni produceva delle vignette basate su quanto accadeva al campo: al campo d'internamento non un incidente passava senza che venisse <<istoriato>> da uno schizzo firmato <<Y>> affisso alla porta della mensa. Lo si aspettava come se fosse un bollettino. Segnava il barometro della morale dei prigionieri . . . Uno dei primi giorni . . . il comandante del campo guarda con affettata sorpresa un gruppo di prigionieri che si agitano vociando: <<Mi avevano detto che eravate tutti fermi cattolici. In pochi giorni ecco che vi siete fatti tuti protestanti>>. Ad Orange, freddo, pioggia, noia. Il bollettino <<Y>> mostra una folla di internati - chi chinato, chi carponi - a gara nel piluccare fiammiferi e cicche. Il comandante arriccia il naso. Sotto vi si legge: <<Sir, le ramazze e i rastrelli non sono ancora arrivati!>>. <<Have them picked by hand>>. <<Sir, we are internees, not chickens>> . . . Uno dei migliori, che per poco non costò a Lamberto una punizione, al campo di Loveday (Woomera): il comandante accompagnato da un sergente e da due sentinelle con baionetta innestata, esamina, attraverso una grande lente di ingrandimento, un internato nudo, sospetto con altri di avere del denaro nascosto. L'internato (era un giovane calabrese) è in atto di ribellarsi alla ignominia. Nessun commento. Ma il commento venne

16 Colloquio con Andrea La Macchia, Wollongong, 16 novembre 1984.
17 La moglie dello Yonna faceva parte del comitato femminile del Fascio di Sydney —“A summary of Italian Fascist activities and propaganda in Australia. December 1936,”Commonwealth Investigation Branch (relazione inedita).




dopo, alla mensa degli ufficiali della guardia, tra i quali il comandante aveva fatto circolare la vignetta. <<Sir, it seems to me that the joke is on us>>. Non vi furono più ispezioni del genere. (Baccarini 1967) Le vignette dello Yonna indicano, nonostante l’umorismo, anche il lato negativo della vita degli internati. Molti passarono dei periodi di depressione e di disperazione, vi furono tentativi di suicidio, in qualche caso portato a termine. "Uomini abituati a lavori duri sfoggiavano la nostalgia della famiglia, il rammarico del raccolto abbandonato nei campi, col solo sollevio possibile: la sigaretta" (Baccarini 1967). Angela Travia in Wayne, il cui padre fu rinchiuso a Loveday e la madre a York, ricorda che “in neither prison were conditions anything other than bad. During one of my visits to see her in York she told me of the verbal abuse she had suffered from prison staff” (Bosworth e Ugolini 1992:113). La convivenza era talvolta difficile e vi furono manifestazioni di violenza. Quando Giuseppe Zammarchi si trovava a Tatura nel 1940 vi erano circa 110 Italiani e 900-1000 Tedeschi, situazione che provocò risse “between the Germans, fascists and anti-fascists and sometimes between the fascists themselves” (Loh 1980:31-32). Dalseno fa presente che a Loveday vi furono dei Tedeschi, Giapponesi ed altre nazionalità e che tutti convivevano in modo abbastanza tranquillo. Quando, però, l’Italia firmò l’armistizio i Tedeschi segnalavano il proprio sdegno sputando a terra quando gli Italiani passavano e gli Italiani reagivano spingendo i Tedeschi contro il filo spinato anche se non dispiaceva poi tanto la sconfitta di Mussolini (Dalseno 1994:268).Il caso più clamoroso fu l’omicidio dell’attivista antifascista Francesco Fantin, manovale di Herbert River (Queensland settentrionale) avvenuto a Loveday il 16 novembre 1942 in parte a causa della prassi osservata dalle autorità australiane di trattare tutti gli enemy aliens allo stesso modo e quindi rinchiudere nello stesso campo anche persone di ideologie politiche assai diverse.Fantin fu arrestato nel novembre del 1940 in seguito al rapporto della polizia che lo descriveva come attivista fascista ma la sua opposizione al fascismo si rese palese durante il processo di appello ancora in corso all’atto della morte. Sul caso Fantin sono state fatte delle ricerche esaurienti ma qui conviene soffermarsi sulle testimonianze di alcuni Italoaustraliani che allora si trovavano a Loveday (aspetto del tutto trascurato da chi si è occupato del caso Fantin). De Conti ricorda che a Fantin, il quale coraggiosamente articolava la sua posizione beffandosi degli internati fascisti, fu respinta la richiesta di trasferimento dopo un’aggressione subita (Watkins 1999:239). Dalseno lo ritiene un uomo che morì per i suoi principi e per la fede nella democrazia in circostanze segnate da una marcata ironia in quanto si trattava di “an anti-Fascist dying at the hands of a Fascist in a concentration camp designed to check Fascists” (Dalseno 1994:267). Zammarchi esprime dubbi e sospetti sull’istruttoria — “There were witnesses but nobody could get the real story” (Loh 1980:33) — e Vincenzo è del parere che vi fosse stata complicità da parte delle autorità australiane in quanto Fantin era anarchico e quindi non visto di buon occhio (Papandrea 1996:127). Difatti, nonostante che il medico italiano del campo avesse fornito le prove che Fantin aveva subito un colpo pesante alla nuca e poi era stato soggetto a pestaggi una volta caduto a terra, l’aggressore di Fantin, l’attivista fascista Giuseppe Casotti, un minatore di Kalgoorlie (era tra i 200 trasferiti a Loveday dall’Australia occidentale), venne processato a Adelaide per omicidio preterintenzionale e non omicidio volontario, scelta motivata, secondo Claudio Alcorso, dal fatto che i servizi segreti dell’esercito volevano tener nascosto fin quanto possible ciò che veramente accadeva nei campi. Casotti fu dichiarato colpevole, condannato a due anni di lavori forzati e deportato in Italia nel gennaio del 1947 (Alcorso e Alcorso 1992:25-26).




 Anche gli Italoaustraliani che non furono né internati né mandati ai lavori forzati ebbero non poche difficoltà nell’affrontare la vita quotidiana durante il periodo bellico. Ovunque furono soggetti a ingiurie, ostilità e discriminazioni da vicini di casa, a scuola e sul posto di lavoro. Le autorità chiusero molte aziende ed attività commerciali gestite da Italoaustraliani, alcuni furono a lasciare la propria casa ed andare a vivere in altre zone del paese, nelle campagne le donne capofamiglia.Nel giugno del 1940 i bottegai italiani di Bondi (Sydney) furono costretti a chiudere i propri negozi in seguito ad intimidazioni e minacce di violenze (Cresciani 1985:77-78) mentre a Carlton (la Little Italy di Melbourne) la polizia consigliò la chiusura del club operaio Casa d’Italia per evitare presunte violenze da parte di Australiani i cui parenti erano stati uccisi nei combattimenti di Tobruk (Loh 1980:38). Nell’Australia occidentale alcuni Italiani che vivevano nelle campagne, soprattutto nelle zone minerarie (le autorità ancora memore della feroce caccia agli Italiani di Kalgoorlie del 1934), furono costretti ad andare ad abitare a Perth, ritenuto luogo per loro meno pericoloso (Gentilli 1983:96).Della Vedova, il cui padre Domenico era stato internato a Harvey poi a Loveday dal 1940 al 1944, dovette assumersi la responsabilità di mandare avanti il podere di Pemberton (nell’Australia occidentale) adibito alla coltivazione di patate e all’allevamento di bestiame. I Della Vedova erano talmente presi dal lavoro necessario per sopravvivere che non avevano la possibilità di ricorrere in appello per chiedere il rilascio di Domenico. Non sapevano neanche perché Domenico fosse stato internato. La figlia Josephine si ricorda che il padre “didn’t give tuppence for Mussolini” (Bunbury 1993:33) e le poche volte che i familiari potettero visitarlo a Harvey “we wondered why they had dad in there, surrounded by a 12 foot barbed wire fence . . .when we saw dad walking into the room escorted by two soldiers with guns on their shoulders we were very frightened . .” (Bosworth e Ugolini 1992:108-109). Lou, che frequentava una scuola superiore di Melbourne, veniva preso a botte due o tre volte la settimana dai compagni di classe australiani,poi proprio quando la guerra stava per finire fu chiamato alle armi (Loh 1980:40-41). Vi fu tutta una gamma di situazioni per i lavoratori italiani del Victoria, stato dove vennero internati meno Italiani che altrove. Giuseppe passò gran parte del periodo bellico disoccupato in quando né i datori di lavoro australiani né i sindacati volevano un “dago” sul posto di lavoro (Loh 1980:38) laddove Ottavio, dipendente dei grandi magazzini Myers di Melbourne, non ebbe problemi e potette continuare a svolgere il consueto lavoro per tutto il periodo bellico (Loh 1980:38). Furono comunque le donne italoaustraliane a dover affrontare le peggiori difficoltà. Pochissime furono internate in quanto i servizi segreti non le ritenevano un pericolo alla sicurezza nazionale.La maggioranza restò a casa a badare alla famiglia e a mandare avanti le attività economiche ma dovettero anche sopportare le ostilità e le discriminazioni degli Australiani. Moltissime ricordano la solitudine le paure le privazioni e gli stenti del periodo bellico, la necessità di dover accettare lavori faticosi e/o poco redditizi, e non poche soffrirono di fame, malattie e depressione. Carolena De Conti dovette occuparsi della fattoria di tabacco di Pukunja (Queensland settentrionale) del marito trovandosi completamente isolata e messa al bando dai vicini. Dovette anche presentarsi ogni due settimane al locale posto di polizia. Per tutto il periodo bellico soffriva di depressione e insonnia a causa delle preoccupazioni e della vita assai stentata,tanto che dalla disperazione chiedette di essere internata insieme al marito ma la richiesta fu respinta con la motivazione che l’internamento era solo per motivi di sicurezza. La figlia Wilma che era nata in Australia e frequentava la scuola elementare veniva chiamata “dago” e soggetta a ingiurie e percosse dai compagni australiani. La situazione di Carolena divenne un po’ meno disperata quando la località fu dichiarata zona di Guerra, gli Americani vi costruirono un grande aeroporto militare come base per le incursioni aeree in Nuova Guinea e nel Pacifico e Carolena strinse amicizia con alcuni militari italoamericani (Watkins 1999:185, 213, 226). Poco dopo l’arresto del marito Egle Bonutto dovette affrontare grossi problemi di natura finanziaria quando le autorità fiscali australiani sequestrarono il conto bancario del marito e il locatario del loro albergo si rifiutò di pagare l’affitto a causa del boicottaggio praticato dagli abitanti di Texas in quanto l’albergo era di proprietà di enemy aliens. Alcuni mesi sopo venne avvisata dalla polizia che il suo nome risultava sull’elenco delle persone da internare anche se poi non venne in effetti ai campi (Bonutto 1994:54, 64).Frances Ianello ricorda l’irruzione degli agenti nella casa del padre a Fremantle e l’arresto dello stesso il quale lavorava come barista alla Casa degli Italiani gestita da un’associazione italoaustraliana filofascista. Acccusato di spionaggio il padre venne internato e la famiglia dovette affrontare la fame ed altri stenti fino a quando il padre non fosse rilasciato (Bunbury 1994:19, 21). Per Angela Travia, i cui fratelli maggiori erano soldati dell’esercito australiano,l’arresto del padre poi della madre significò la disgregazione della famiglia in quanto le sorelle minori vennero mandate a vivere in un collegio cattolico fuori città, il fratello quattordicenne trovò alloggio presso una famiglia australiana e lei stessa con una famiglia italoaustraliana (Bosworth e Ugolini 1992:112-113).Dopo l’arresto del marito Maria Paoloni non riusciva a mandare avanti il negozio di Bondi (Sydney) in quanto i clienti australiani non vi facevano più spesa e chi aveva contratto dei debiti non pagava i soldi dovuti. Fu quindi costretta ad abbandonare il locale, danneggiato peraltro da vandali, e insieme al proprio bambino andare ad abitare presso conoscenti in un allevamanto di polli all’estrema periferia di Sydney dove la vita era monotona e difficile e soffrì di isolamento e depressione (Kahan-Guidi e Weiss 1989:70-73). La famiglia di Bianca smise di parlare l’italiano a casa e adoperò solo l’inglese dopo che il padre, fascista convinto, fu internato. La famiglia potette continuare a vivere nella propria abitazione sita nelle campagne del Victoria ma la madre dovette presentarsi una volta la settimana al locale posto di polizia. Gli espedienti adoperati per sopravvivere, in una situazione dove alcuni vicini australiani erano palesamente ostili ma altri erano disposti ad aiutare, comprendevano la produzione di alcuni generi alimentari, la vendita della carne di coniglio, lavare e stirare per chiunque fosse disposto ad affidar loro tale lavoro. Compiuti tredici anni e sei mesi Bianca abbandonò la scuola per prendersi un lavoro a mungere le mucche (Loh 1980:39). In qualche caso anche i familiari rimasti in Italia dovettero subire le conseguenze dell’internamento degli Italoaustraliani. Silvana ricorda che il padre, emigrato in Australia nel 1938 (la famiglia lo potette raggiungere solo nel 1948), venne internato insieme al fratello che sfoggiava sul finestrello della propria auto un ritratto di Mussolini. Quando non arrivavano più le rimesse la madre dovette andare a lavorare come bracciante alla raccolta di olive e arance per poter provvedere alla famiglia. Per mandare e ricevere notizie ricorsero all’espediente di inviare le lettere ad uno zio in America il quale a sua volte le ritrasmetteva (Loh 1980:36).




La stragrande maggioranza degli internati era gente semplice e poco alfabetizzata che non aveva la possibilità di difendersi dalle accuse e di presentare richiesta di rilascio, osa resa ancor più difficile dal fatto che spettava all’internato stesso fornire le prove della propria “innocenza.” Anche per i pochi in grado di affrontare i meandri linguistici, legali e burocratici si trattava di un iter lungo, lento e difficile, tanto che i tribunali formati alla fine dei 1940 avevano nel giro di un anno sancito meno di 150 rilasci (Bevege 1993:120). E nei casi dove era concesso il rilascio venivano spesso imposte tali condizioni da ritardare il ritorno a casa degli internati. Roberto De Conti, che sapeva leggere e scrivere l’inglese, inoltrò subito due istanze protestando contro lo stato di fermo e dichiarando che non aveva mai agito in modo da compromettere la sicurezza dell’Australia. Nel dicembre del 1940 nel corso dell’udienza per il suo caso fece presente di non aver mai aderito al fascismo ma ciononostante il ministro competente ordinò il trasferimento a Loveday nel giugno del 1941 per tutto il periodo bellico. A questo punto l’avvocato che lo stava assistendo si ritirò dal caso in quanto “he wanted no part in the defence of an Alien” (Watkins 1999:202). A Loveday Roberto continuò a ricorrere in appello e all’inizio del 1943 il comandante del campo approvò il rilascio “category B” (l’incremento dei rilasci da Loveday in questo periodo era dovuto in parte al caso Fantin) che gli vietava di recarsi nelle zone di guerra - per cui non potette fare ritorno a casa - e che in ogni caso non sarebbe diventato operativo se non alla fine di settembre di quell’anno. Altra condizione del rilascio fu la necessità di dover accettare qualsiasi lavoro assegnato dal “manpower scheme” che lo destinò ad una piantagione di banane a Coomera (a sud di Brisbane). L’11 novembre gli fu permesso di tornare a casa a condizioni che si presentasse regolarmente al locale posto di polizia, provvedimento rimasto in vigore fino al luglio del 1945 (Watkins 1999:14, 17, 201, 202, 246, 252, 270). Due settimane dopo l’arrivo al campo di Gaythorne Osvaldo Bonutto presentò istanza di rilascio sostenuta dall’Onorevole E. B. Maher, senatore del Country Party e allora capo dell’opposizione del parlamento del Queensland, il quale dichiarò che Bonutto era un Australiano leale fiero della propria eredità italiana. All’udienza tenuta verso la fine dell’anno il tribunale approvò il rilascio di Bonutto il quale però venne di nuovo arrestato nell’aprile del 1941 in seguito a proteste che era stato rimesso in libertà per favoreggiamento politico. Il nuovo risorso in appello fu
appoggiato dal vicepresidente della Texas Returned Services League e il rilascio venne approvato a condizioni che Bonutto vendesse tutte le proprietà nel Queensland settentrionale e andasse ad abitare altrove. Tenuto conto che a causa dell’ostilità nei confronti degli Italoaustraliani la vendita forzata dei beni avrebbe comportato una grossa perdita finanziaria Bonutto decidette di restare al campo e presentò un’ulteriore istanza alcuni mesi dopo il trasferimento a Loveday. Venne liberato nel settembre del 1943 a mandato a lavorare in una fabbrica di Adelaide e dopo qualche mese gli fu permesso di far ritorno nel Queensland (Bonutto 1994:66, 70).




Non pare che i tribunali applicassero dei criteri sistematici nei confronti delle decisioni prese in merito ai rilasci ed alle relative condizioni imposte. Dalseno (1994:271) fa presente che “somewere allowed to return to their properties in North Queensland, some were ordered to remain one hundred and fifty miles from the seashore, and others were ordered not to venture in any direction unless a permit was issued by police. The less fortunate were consigned to work-gangs along the Oodandatta/Darwin railway line. Fascists and the unnaturalised had to wait longer.” Dalseno fu rimesso in libertà all’inizio del 1944, assegnato al Civil Alien Corps ed inviato al Territorio del Nord a lavorare alla costruzione della linea ferroviaria poi trasferito all’ufficio del Civil Construction Corps. Potette tornare a casa nel marzo del 1945 (Dalseno 1994:275-276). L’istanza di Gino Paoloni fu respinta nel marzo del 1941 nonostante la dichiarazione apertamente onesta che non aveva mai aderito al fascismo, che amava l’Italia, luogo di nascita, ma anche l’Australia e che era dispostissimo “to respect the laws of Australia but could not deny feeling Italian in his heart” (Kahan-Guidi e Weiss 1989:70). Un secondo risorso fu ugualmente respinto benché sostenuto dall’ex datore di lavoro il quale si impegnava come garante e prometteva di dargli un lavoro. Paoloni fu rimesso in libertà solo dopo la firma dell’amnistizio da parte dell’Italia e poterre far ritorno a casa la vigilia di natale del 1943 (Kahan-Guidi e Weiss 1989:73). Il caso dei fratelli Claudio e Orlando Alcorso, assistiti da Clarrie Martin noto avvocato del NSW, fu esaminato dall’Aliens Appeals Tribunal nel febbraio del 1941. Nonostante la testimonianza favorevole di molti amici australiani e la decisione positiva del tribunale, i servizi segreti militari si opposero al rilascio in quanto ritenevano gli Alcorso agenti delle potenze nemiche. I fratelli furono trasferiti a Loveday e rimessi in libertà solo nell’ottobre del 1943 (Alcorso e Alcorso 1992:22-25). Tra i pochi ad essere rilasciati relativamente presto (settembre 1941) fu Giovanni Zammarchi il quale era ricorso in appello nel maggio precedente. Nell’aprile del 1942 si arruolò nell’esercito australiano in quanto voleva combattere il fascismo e fu assegnato alla Fourth Employment Company costituita suprattutto da Greci ed Italiani. Zammarchi lavorò al porto di Melbourne come camionista poi fu trasferito a Tocumwal al confine tra il Victoria ed il Nuovo Galles del Sud dove la sua compagnia trasferiva i veicoli dai convogli ferroviari da uno Stato all’altro (allora le reti ferroviari dei due stati adoperavano binari di diversa misura). Dal momento che il rancio era pessimo (la carne conteneva dei vermi) Zammarchi organizzò uno sciopero al quale aderirono anche i Greci nonostante la loro ostilità verso gli Italiani a causa dell’invasione della Grecia da parte di Mussolini (Loh 1980:33-34).Nell’Australia occidentale i coniugi Travia ebbero il sostegno del Dottor Evatt, deputato al parlamento federale del partito laburista (il quale svolse una intensa attività a favore degli Italoaustraliani), nonché della Returned Services League alla quale il signor Travia aderiva da parecchi anni e anche grazie al sostegno dei due figli maggiori arruolati nell’esercito australiano.La signora Travia fu rilasciata nel settembre del 1942 e il marito parecchi mesi dopo (Bosworth e Ugolini 1992:113). Ben maggiori difficoltà ebbe. . . a small businessman who tried litigation . . . The authorities were not impressed. His home had been searched and “foreign literature” uncovered. It consisted of one book about Italy’s invasion of Ethopia in 1935-36. [He] had also bought one bond to alleviate the Italian national debt; and he would acknowledge that he had taken part in some [fascist] ceremonies in Fremantle . . . In June 1941 he appealed for the third time, emphasising that he had two brothers-in-law serving in the Ausdtalian army and an eldest son aboutto be called up. He added that . . . the Liberal Mayor of Fremantle and various police offices would vouchsafe his virtue . . . He would not win release until December 1943 (Cabrini Fontana, 199?:6).



Le testimonianze di coloro che erano stati internati fanno chiaramente presente che l’internamento fu un’esperienza assai traumatica con conseguenze anche a lungo termine.Tutti gli ex-internati ritengono la condanna all’internamento una palese ingiustizia. Molti ne uscirono talmente amareggiati da restare fortemente delusi nei confronti dell’Australia e qualcuno pensò addirittura di lasciare il paese.Più che la perdita finanziaria l’internamento per Osvaldo Bonutto fu una grande delusione che lo portò sull’orlo di perdere la fede e l’amore per l’Australia nonché alla triste riflessione che i certificati di naturalizzazione di coloro che come lui avevano preso la cittadinanza britannica non valevano la carta sulla quale erano scritti (Bonutto 1994:73). Bonutto ritiene di essere stato vittima di sospetti motivati dal razzismo e che l’internamento fosse stato un grosso errore in quanto causa di “much grief and many hardships which were not justified from the point of view of national security nor for any other reasons. It was a policy that was economically and morally wrong and harmful to the internees and their families and not, by any stretch of the intelligent, beneficial to Australia.” (Bonutto 1994:51). Anche Peter Dalseno articola la sua amarezza e delusione in quanto coloro che avevano preso la cittadinanza britannica furono trattati in modo infame e il loro giuramento di lealtà alla corona reso senza valore morale e civico. Chiede inoltre come mai l’Australia aveva preso una posizione tanto diversa da quella assunta dagli alleati internando il 20% degli Italoaustraliani laddove la Gran Bretagna internò il 2% e gli Stati Uniti l’1% degli Italiani residenti in quei paesi (Dalseno 1994:200, 271). Ancora all’inizio degni anni ’90 “it is interesting to listen to the comments of those [internees] who are still alive today. The boastful eulogises the ‘paradise’ enjoyed as a prisoner. The conservative calls for an apology and a recognition that his internment was not necessarily the result of his political views. Unfortunately, neither attracts acknowledgment” (Dalseno 1994:280). Per Roberto De Conti il punto dolente risulta la sospensione arbitraria dei diritti civili e di cittadinanza. “He could never come to terms with this treatment, his freedom of speech taken away; [and immediately after release] not able to mix with other Italians for fear they were Fascists . . . As an educated man who had adopted this country whole-heartedly - as a British subject - he had only wanted a new life” (Watkins 1999:252). Quale esito dell’internamento la vita in Australia per De Conti era diventata una vita bastarda (Watkins 1999:270). Giuseppe Luciano, agente consolare d’Italia nel Queensland settentrionale, il quale fino a tutto il 1942 aveva avuto anche vari incarichi per conto governo australiano, ritiene il periodo di 11 mesi passato nei campi di internamento l’unico aspetto negativo della sua vita in Australia e conclude il suo racconto dicendo che “ . . . one may be justified in saying: ‘What a shameful way to treat hundreds or thousands of loyal and law abiding citizens . . .’” (Luciano 1959:215-217). L’amarezza è il sentimento predominante espresso da Adelio Calligaro il quale non riesce a darsene una ragione dell’internamento e chiede che la memoria di tale avvenimento venga messa nella giusta prospettiva — “Although the food was good and plentiful we were treated like criminals, yet, few of us supported the fascists . . . I want my children to know the truth and that means we have to present a true picture of the Italians’ plight during the war” (Cabrini Fontana 199?:16). Carico di emotività fu il ritorno a casa di Domenico Della Vedova il quale pianse per tutti il tragitto dal cancello fino alla porta di casa. La figlia Josephine, la quale non è mai riuscita a capire come mai il padre fu internato per tutto il periodo bellico, ricorda che il trauma subito gli restò per sempre - aveva sprecato ben quarantaquattro mesi della vita e l’internamento era stato una grande delusione (Bunbury 1995:47) anche se nonostante tutto Domenico diceva sempre ai suoi familiari che non bisognava serbare rancore contro nessuno (Bosworth and Ugolini 1992:110). Vincenzo ritiene che è ormai inutile pensare all’internamento anche se gli resta motivo di perplessità eterna come mai tanti come lui che volevano semplicemente guadagnare dei soldi e comprarsi una casa furono rinchiusi come bestie al campo di Loveday (Papandrea 1996:126-127). E Giovanni Zammarchi vede l’esperienza nel contesto del suo impegno politico: “An enemy alien. They were nuts. I hadn’t committed nothing. I was an active anti-fascist . . . I was a militant since I land in Australia [in 1927] and I still am too but I have never broken any law at all, not now and not then.”(Loh 1980:31). Quale conseguenza dell’internamento Andrea La Macchia decise di lasciare l’Australia e fece ritorno a Lipari nel giugno del 1947 dopo aver risparmiato i soldi per il biglietto aereo ed aver ottenuto il permesso per viaggiare. Una volta a Lipari comunque trovò le condizioni di vita talmente pessime che fu costretto a far ritorno in Australia nel 1950 dove esercitò il suo mestiere di pescatore, soprattutto a Wollongong (NSW), fino al collocamento a riposo nel 1980.(18) Anche Gino e Maria Paoloni decidettero di tornare in Italia a causa delle sofferenze subite in Australia ma non misero tale piano in atto dopo aver ricevuto notizie dai parenti che tutto era andato in rovina e ci sarebbero voluti anni per la riscostruzione (Kahan-Guidi e Weiss 1989:74). Il giudizio più espressivo e più eloquente è forse quello articolato da Claudio Alcorso il quale riuscì a parlare dell’internamento solo a quasi mezzo secolo dal fatto: “ . . . 46 years later I would be the first to agree that my unjust internment was insignificant when compared to the tragedies which happened every day during the war. But the behaviour of the people responsible for the policy, both inside and outside the army, was and remains significant. Just like Hitler and Mussolini they scorned and despised democratic beliefs . . . They were fascists without knowing it (Alcosrso e Alcorso, 1992:28) {Vers Ita}// Sia le testimonianze dirette che i pochi studi fatti sull’internamento sono concordi che si trattava di un episodio privo di senso e ispirato da paure irrazionali. Per la stragrande maggioranza di coloro che ne furono colpiti l’internamento era non solo legalmente e moralmente ingiustificabile ma un vero e proprio atto di ingiustizia. L’episodio mise a repentaglio il benessere economico, uno dei motivi principali per l’emigrazione in Australia, che gli internati avevano cercato di creare per sé e per le proprie famiglie.



Gli Australiani avevano adottato atteggiamenti, politiche e prassi fluidi e contradditori applicando i relativi criteri in modo non affatto coerente in parte perché “[it] involved a continuous interplay between the basic structure of society - its laws and values - and the demands of achieving victory” (Bevege 1993:xiii) ma anche a cause dei pregiudizi contro gli Italoaustraliani e altre persone di razza non angloceltica esistenti in seno alla società australiana. Come molti altri Carolena De Conti si rende ben conto che “It’s the Britisher’s way . . . It’s always there beneath the surface. It is called prejudice” (Watkins 1999:227). E forse anche per questo motivo ci volle quasi mezzo secolo prima che le autorità australiane riconoscesso il vero significato dell’episodio. Nonostante i vari tentativi da parte di gruppi e singoli individui affinché il governo del paese articolasse almeno le proprie scuse per quanto gli Italoaustraliani dovettero subire durante il periodo bellico (19)  solo nel 1991 entrambe le Camere del Parlamento federale approvarono tali richieste all’unaminità, iniziativa seguita anche dai governi statali del Nuono Galles del Sud e dell’Australia occidentale.Nell’Australia occidentale, ad esempio, fu Sonia Calligaro in Turkington a scrivere al premier

18 Colloquio con Andrea La Macchia, Wollongong, 16 novembre 1984.
19 Si veda, ad esempio, ‘Locked up —just for being Italian,’ Sydney Morning Herald, 17 giugno
     1991, p. 5.


per richiedere il riconoscimento dell’ingiustizia subita dagli Italiani di quello stato “many of whom were loyal, naturalized Australians . . . were denied their freedom, jailed for several years and yet no one had ever said ‘Sorry’”(Cabrini Fontana, 199?:33). Agli Italoaustraliani internati non fu però versato nessun risarcimento per l’ingiustizia subita, trattamento riservato agli Australiani aderenti al movimento filofasciata Australia First che furono internati.L’esperienza degli Italoaustraliani durante la seconda guerra mondiale esprime il modo in cui gli Australiani hanno trattato e continuano a trattare “gli altri” nei momenti di crisi. Verso la fine del secolo XIX i lavoratori cinesi e kanaka furono soggetti a discriminazioni, segragazione e in molti casi espulsione. Circa 6.800 Australiani di origine tedesca furono internati durante la grande guerra e per oltre mezzo secolo, a decorrere dalla fine dell’Ottocento,gli aspiranti emigranti diretti verso l’Australia venivano scelti secondo i criteri razziali ispirati dalla White Australia Policy, linea politica che mirava a creare un’Australia popolata solo dalla razza “bianca” (tant’è vero che certe volte a qualche siciliano o calabrese piuttosto scuro di pelle veniva rifiutato il visto per l’Australia). Dopo la fine del secondo conflitto mondiale quando l’Australia diede inizio all’immigrazione di massa i campi come quello di Bonegilla,dove gli immigrati venivano messi in attesa dell’assegnazione del posto di lavoro,rassomigliavano ai campi di internamento senza il filo spinato e si trovavano in zone remote del paese. Anche all’inizio del ventunesimo secolo coloro che cercavano di raggiungere l’Australia clandestinamente con imbarcazioni spesso di fortuna furono intercettati (20) e rinchiusi in campi circondati dal filo spinato oppure tenuti su isole all’esterno dei confini nazionali per tutto il periodo (mesi o anni) per la disamina del caso e coloro che non rispondevano ai criteri applicabili ai profughi venivano rispediti al paese di provenienza o presunto tale. Il modo in cui l’Australia si è comportata in queste ed altre situazioni - l’internamento degli Italoaustraliani durante la seconda guerra mondiale costituisce un esempio emblematico - mette in dubbio l’immagine dell’Australia come nazione tollerante. Durante la guerra essere italiano o di origine italiana veniva considerato motivo sufficiente per venir rinchiusi nei campi di internamento e un modo di individuare e di isolare “l’altro” (il nemico italiano/tedesco/giapponese) e quindi di collocare l’Australia nel mondo britannico.

20 In almeno un’occasione pare che vi fosse la complicità dei servizi segreti australiani nell’affondamento con la perdita di quasi tutti i passeggeri di un’imbarcazione partita dall’Indonesia— si veda Ross Grainger, ‘Refugees, Minorities and Australia’s Victimological Culture: The Case of the SIEV X Tragedy’, paper presented at the Minorities and Cultural Assertions Conference, University of Wollongong, 8-10 October 2004.


Esperienze per certi versi più positive (anche se non mancavano gli aspetti negativi) (21) ebbero i circa 18.500 prigionieri di guerra italiani catturati in Nord Africa ed inviati in Australia. Molti prigionieri accettarono l’offerta di lavoro nelle campagne australiane anziché restare rinchiusi nei campi e in molti casi i rapporti tra Italiani e datori di lavoro australiani risultavano in linea di massima abbastanza cordiali. Tra l’altro i prigionieri insegnarono agli Australiani a mangiare gli spaghetti conditi con sugo di coniglio (Bunbury 1995:11). Laddove alcuni ex-internati decisero di tornare in Italia, alcuni ex-prigionieri evasero nel tentativo di restare in Australia dopo la fine della guerra quando, secondo i provvedimenti della Convenzione di Ginevra, i prigionieri di guerra venivano rimpatriati. Il caso più clamoroso fu quello di Domenico (Mick) Camarda il quale sposò Colleen, una ragazza australiana, e riuscì ad evadere la cattura per ben due anni prima di essere arrestato ed espulso anche se dopo alcuni anni gli fu consentito di tornare in Australia e riunirsi alla famiglia (Camarda 2000 passim). L’internamento degli Italoaustraliani e la presenza dei prigionieri di guerra cambiarono in modo significativo i rapporti tra Italiani e Australiani e diedero un contributo non indifferente alla transizione nel quarto di secolo dopo la fine della guerra dell’Australia da paese saldamente attaccato alle tradizioni britanniche a paese a base largamente pluriculturale. Arthur Calwell, il quale tra il 1942 ed il 1945 ebbe la responsibilità di mettere in atto i provvedimenti governativi in materia di internamento, venne a stretto contatto con gli internati, restò convinto che quasi tutti erano ottimi cittadini e che le persone di origine non britannica avevano molto da offrire all’Australia (Bevege 1993:226). Nel 1946 Calwell divenne ministro per l’immigrazione e diede l’avvio al programma di immigrazione che nel giro di un quarto di secolo fece approdare in Australia più di un milione di persone non angloceltiche (di cui circa 360.000 Italiani). I prigionieri di guerra che avevano lavorato nella campagne australiane avevano reso palese quanto utili fossero i lavoratori italiani, fattore determinante per convincere il governo australiano a far immigrare elevati numeri di Italiani (Alcorso e Alcorso, 1992:??). Un quinto degli ex prigionieri di guerra (3.700 all’incirca) fecero parte di quest’ondata e in molti casi furono gli ex datori di lavoro a fare l’atto di richiamo a loro favore. (22) Bonutto’s report about Bentivoglio contradicted by Bentivoglio’s son (see Rando 1983:54-55).

21 Intervista con Biagio Di Fernando, Leichhardt (NSW), 24/9/2002.
22 Reluctant Enemies, a 50 minute documentary produced by Maria Chillcot, ABC-TV, Australia,2001; Lucia ( 2003:79-80, 93-94).


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